Il documento delle Acli Milanesi sul 1° Maggio

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Domenica 1° maggio alle ore 10.00 ci sarà la consueta partenza della manifestazione milanese per la Festa dei Lavoratori, in particolare il ritrovo degli amici aclisti è previsto per le ore 09.30 all’angolo tra Via Palestro e Corso Venezia.

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Le Acli Milanesi alla Marcia del Lavoro nel 2009

La festa del lavoro di quest’anno ricorre in un momento di incertezza dell’economia e del lavoro.

Esso è contrassegnato da segnali positivi di ripresa economica ma ancora molto flebili. A un anno dall’approvazione dei primi decreti del Jobs Act, che nel corso dell’anno hanno ridisegnato le regole del mercato del lavoro, si raccolgono i primi frutti positivi sull’occupazione. Il 2015 ha registrato un aumento significativo degli occupati, soprattutto di quelli con un contratto a tempo indeterminato, seppure con caratteristiche un po’ diverse da quelli analoghi risalenti agli anni precedenti. Molto di questo incremento è attribuito ai forti incentivi fiscali dati alle imprese per assumere, nel tentativo di far tornare il lavoro a tempo indeterminato quello tipico.

A questo dato positivo si accompagnano però dati negativi come quelli dell’uso ampiamente improprio del voucher per il lavoro accessorio, una disoccupazione giovanile ancora molto elevata nonostante il forte impegno realizzato con “Garanzia giovani” ed altri interventi regionali come la dote lavoro in Lombardia.
Si spera che la nuova configurazione dell’alternanza scuola lavoro favorisca ulteriormente l’accesso dei giovani al lavoro, facendolo almeno sperimentare ai giovani. Mentre è ancora poco chiaro quali effetti si possano avere dalla creazione dell’Agenzia nazionale per il lavoro.
L’inizio di quest’anno ha visto inoltre una maggiore coesione tra i sindacati non solo nelle azioni di lotta (gli scioperi unitari della pubblica amministrazione, della scuola e dei metalmeccanici) ma anche nelle proposte con la definizione di piattaforme comuni dei maggiori sindacati.
Sembra si ricominci a ragionare sul lavoro e ad accettare le sfide poste dai cambiamenti prodotti dalla crisi e dalla competizione mondiale e dai suoi effetti sul mercato del lavoro, anziché limitarsi a difendere strumenti tradizionali di tutela del lavoratore, rivelatisi non sempre efficaci per quanto giusti. In particolare va raccolta la sfida posta dal Jobs Act che punta sull’impresa come attore fondamentale per la crescita produttiva ed occupazionale, confidando che gli imprenditori abbiano interesse a valorizzare le persone anziché a sfruttarle o a eliminare quelle che non si adeguano alle loro esigenze.

Ma a quali condizioni possiamo ritenere le aziende un bene comune?
Se partiamo dalla centralità della persona, come ripetutamente ci ricorda Papa Francesco nei suoi interventi sul lavoro, le imprese sono un bene comune quando sono coscienti della propria responsabilità sociale intrinseca e si comportano conseguentemente. Per esempio quando organizzano la propria attività secondo principi di rispetto alla legalità, valorizzano al meglio tutti i propri lavoratori subordinando il legittimo obiettivo di aumento dei profitti al rispetto della dignità delle persone e al rispetto della comunità e del territorio in cui si trovano ad operare. Cioè quando l’interesse privato viene perseguito nel rispetto del bene comune.
Si tratta di condizioni che non sono affatto scontate come dimostrano i diffusi fenomeni di corruzione, evasione fiscale e contributiva, morti per infortunio sul lavoro, la chiusura di fabbriche dettate non da crisi produttive ma da semplici calcoli di maggiori profitti che i mezzi di informazione e le statistiche annualmente ci raccontano.
Questi elementi negativi dimostrano che le regole richiedono di essere accompagnate da cambiamenti culturali che coinvolgano tutti i cittadini e i lavoratori di ogni tipologia, autonomi e dipendenti, dirigenti e commessi, infermieri, operai, consulenti.

La consapevolezza che il lavoro non è essenzialmente un mezzo per arricchirsi ma ciò che permette a ciascuno di concorrere al benessere proprio e della propria comunità e un elemento importante dell’identità di ciascuno, può far ritrovare a tutti la responsabilità verso se stessi e verso gli altri, siano essi colleghi, dipendenti, clienti o utenti. Di qui l’attaccamento al lavoro e all’azienda per la quale si lavora e lo spirito alla collaborazione solidale e alla corresponsabilità delle scelte.
Esperienze come le varie forme di partecipazione alle scelte aziendali e alle modalità produttive fatte da alcune aziende o a quelle del welfare aziendale che possono offrire servizi ai dipendenti e alle loro famiglie, o iniziative di sostegno ed attenzione al territorio, sono tutte forme concrete di responsabilità sociale dell’impresa che pian piano si stanno diffondendo, seppure ancora in misura modesta rispetto a quanto sarebbe necessario. Sembra questa la strada percorribile pure nella fragile ripresa del periodo che stiamo vivendo e che richiede ai corpi intermedi di svolgere un ruolo di sostegno e di accompagnamento dei lavoratori. Lavoratori sempre più preparati e qualificati e quindi adatti ad un maggiore protagonismo.
Ma sono soprattutto i proprietari e i manager aziendali che, forti delle nuove regole e del maggior potere, dovranno dimostrare capacità e responsabilità nell’indirizzare il cambiamento.

Infine le Acli, associazione di promozione sociale che ha sempre creduto nella formazione diffusa e popolare come elemento di sviluppo della persona e della società, possono e devono contribuire a questi percorsi di ricerca culturale e pratica che uniscono passione civile e competenze tecniche. Rivolgendosi a tutti i lavoratori senza distinzioni. Sono questi i nostri auspici e il nostro impegno per questo 1° Maggio!

Le Acli Milanesi

Primo Maggio 2016