Un amico ci ha lasciato: Giuseppe Clon

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Giuseppe Clon al centro in una foto di qualche anno fa, durante un incontro con alcuni colleghi del Patronato

Con la scomparsa di Giuseppe Clon, deceduto lo scorso 9 gennaio a Trieste, viene a mancare alle Acli un militante, prima che un dirigente: le Acli, e non solo il Patronato Acli, di cui è stato dirigente per molti anni, perché Clon affermava che “fare le Acli e fare Patronato sono la stessa cosa”. Questa è la prima lezione che ha insegnato a me, già militante delle Acli quando mi ha assunto al Patronato Acli di Milano, ed è singolare che la prima lezione non abbia riguardato una questione di carattere tecnico-previdenziale, bensì uno stile di comportamento.

Uno stile che ha testimoniato nel corso della sua vita di militanza e di lavoro, nel corso della quale si è impegnato perché i servizi delle Acli fossero organicamente inseriti nel corpo ell’associazione, e non operassero come “pezzi” staccati dalla vita associativa. Il primato dell’associazione dunque, senza per questo far venire meno la valorizzazione dei servizi, considerati la “prima linea” della relazione tra le Acli e la società.

Clon era stato nominato direttore del Patronato Acli di Milano con effetti giuridici dal 1° maggio 1979: proveniva da Trieste, dove esercitava già il ruolo di direttore provinciale del Patronato Acli, e dove, soprattutto, si era formato nelle Acli, alle quali aveva aderito tramite “Gioventù aclista”.

“Primo Maggio”: una data impropria per iniziare una nuova esperienza professionale, anche perché notoriamente in quel giorno ricorre la “Festa del lavoro”, e gli uffici sono chiusi. Ma Clon aveva interpretato come un buon auspicio la sua nomina di direttore del Patronato Acli di Milano proprio a partire da quella data. L’ho sentito infatti più volte ripetere che il 1° Maggio era una “data simbolo” della sua vita, perché era la data in cui, in un anno che non so, tra i primi anni ’50, si era iscritto, per la prima volta, alle Acli di Trieste, e quindi vedeva quel 1°Maggio del 1979, a Milano, come una data in cui aveva, per così dire, rinnovato i suoi voti battesimali.

A Milano doveva raccogliere l’eredità di un autorevole direttore quale era stato Giovanni Tiraboschi, che nel frattempo era stato nominato direttore nella “sua” Bergamo, da dove poi nel 1989 sarebbe stato chiamato a Roma dal presidente Giovanni Bianchi, per assumere la carica di direttore generale del Patronato Acli, che esercitò manifestando capacità di relazioni umane e doti di competenza professionale, ancora oggi vive nella memoria di quanti gli sono stati collaboratori.

Pur provenendo da una provincia di piccole dimensioni, Clon si dimostrò capace di affrontare fin da subito la complessità dei problemi che caratterizzavano la vasta provincia di Milano, promuovendo nel tempo una più diffusa ramificazione territoriale del Patronato Acli, mediante l’apertura di numerose sedi zonali sul territorio provinciale, che venivano affidate alla responsabilità di operatrici e operatori qualificati, con l’obiettivo di avvicinare il servizio non solo alla gente, ma anche alle centinaia di “Addetti sociali” che animavano il Patronato, con la loro azione sociale volontaria, in altrettanti “Segretariati del popolo” attivi presso circoli Acli.

Ai “suoi” operatori raccomandava la verifica della corretta applicazione delle norme nei provvedimenti emanati dagli enti previdenziali, attivando se necessario il contenzioso, perché i legittimi bisogni sociali dei lavoratori e dei pensionati trovassero corretta risposta. E quando con soddisfazione ci si compiaceva per l’esito positivo di una fase di contenzioso, il direttore ci invitava a conservare l’umiltà di colui che sa di non sapere mai abbastanza.

Come in ogni famiglia lavorativa, non mancarono animate discussioni e serrati confronti in merito a scelte da operare, o a soluzioni da individuare per rispondere a determinati problemi: la passione che animava quelle discussioni aiutava a superare divergenze e a oltrepassare ostacoli, consolidando negli anni legami affettivi.

Poco tempo dopo il suo arrivo a Milano, Clon, che nel frattempo aveva preso casa nel quartiere di Gorla, dove aveva tenuto ad iscriversi al locale circolo Acli, gestì una ristrutturazione organizzativa che si rendeva necessaria a seguito di disposizioni ministeriali che avevano introdotto nuove modalità operative nelle attività dei Patronati. Va dato atto al “Direttore”, come non ho mai smesso di chiamarlo fino all’ultima telefonata, che non si arroccò sui processi organizzativi da lui introdotti, ma a partire dalla metà degli anni ’80 si adoperò per agevolare le nuove metodologie lavorative conseguenti all’introduzione delle tecnologie informatiche, anche se poi nessuno dei suoi collaboratori ricorda di averlo mai visto accendere un computer e armeggiare con una tastiera. La sua reattività ai cambiamenti si evidenziò in particolare nella cultura organizzativa d’impresa, che espresse quando assunse anche la carica di Coordinatore regionale per la Lombardia del Patronato Acli, ed emerse in particolare tra il 1993 e il 1994, quando si tuffò con entusiasmo per attivare la struttura del Centro autorizzato di assistenza fiscale (CAAF), come le norme definivano inizialmente gli attuali CAF, fondando a Milano, d’intesa con Lorenzo Cantù, all’epoca Presidente provinciale delle Acli, la “Saf-Acli”, una società che si era resa necessaria per gestire i servizi ai cittadini in convenzione con il CAF-Acli.

Le competenze che acquisì nella gestione dei servizi fiscali furono apprezzate dai dirigenti della sede nazionale delle Acli, al punto che a fine 1996, Camillo Monti, nella sua qualità di presidente del Caf-Acli, chiamò a Roma Giuseppe Clon, per nominarlo direttore generale del Caf-Acli, funzione che mantenne fino all’anno 2000, quando, dopo il pensionamento, assunse il ruolo di amministratore delegato di “Acli-service” della sede provinciale di Roma.

Un impegno sociale iniziato in Gioventù aclista, poi proseguito nel Patronato Acli, e condotto a termine con responsabilità nel Caf, in un divenire appassionato tra militanza e azione sociale, che lo hanno portato a percepire le Acli come un mestiere da vivere dalla parte della gente.

Giuseppe Clon era fiero del suo essere aclista, ma era anche fiero della sua identità “giuliana”: era infatti nato a Capodistria il 24 maggio 1934, quando quel territorio era ancora parte del Regno d’Italia. Dopo la seconda guerra mondiale, con l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia, la famiglia Clon, seguendo la sorte di altri profughi, si stabilì a Trieste. Giuseppe Clon non aveva mai dimenticato l’idioma delle sue origini e spesso amava infarcire il suo colloquiare ricorrendo ad espressioni tipiche del ceppo veneto della sua lingua madre, e quando qualcuno facendo riferimento alla sua regione la chiamava semplicemente “Friuli”, precisava prontamente, alzando lievemente il timbro di voce,: “…e Venezia Giulia”. Aggiungendo subito dopo con orgoglio: “Io sono giuliano”. La sottolineatura di tale identità non gli aveva impedito, anzi, forse aveva favorito l’intrecciarsi di una sintonia più profonda, con quel friulano di adozione che era Enrico Accardi, amministratore del Patronato Acli di Milano lungo i 17 anni in cui Clon è stato direttore a Milano.

E così, facendo memoria di Giuseppe Clon, sono tornate alla mente anche figure di altri “Maestri” che hanno “fatto” le Acli: persone che hanno saputo essere allo stesso tempo protagonisti della vita sociale e cristiani impegnati a testimoniare laicamente la loro fede nelle trasformazioni della società.