Un futuro di pace è ancora possibile?

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La delegazione dei Giovani delle Acli Milanesi a Parigi

Nel mondo di oggi è facile pensare alla pace come un concetto astratto, un sogno, un’utopia. Siamo sempre più bombardati da notizie ed immagini scioccanti che pensavamo appartenenti a un passato lontano: vittime innocenti, madri straziate dal dolore, padri al fronte, proteste finite in sangue, bombe che distruggono ospedali. È questo il mondo delle opportunità e della tutela dei diritti? È questo il mondo che permette ad ogni essere umano di vivere nel rispetto della libertà propria e altrui?
Se ci soffermiamo sulla storia, quest’ultima è stata un continuo binomio tra guerra e pace: la rottura di un equilibrio, per molteplici cause, e la conseguente firma di un trattato. Nel tempo, infatti, più di duecento ne sono stati stipulati proprio con l’obiettivo di tornare all’armonia originaria.
Se non ci ricordiamo di chi ha dato la vita per la pace, se non pensiamo ai padri fondatori dell’Unione Europea che hanno costruito un’Europa sulle macerie di due Guerre Mondiali, se non teniamo a mente i Costituenti che già 75 anni fa hanno riconosciuto il ripudio della guerra come fondamenta della Carta, ogni lotta per la pace rimarrà vana. Noi, quindi, a quale futuro possiamo aspirare?
Per questo, “Riscoprire la pace: l’umanità e il dialogo come risorsa” è il titolo del percorso annuale dei giovani delle Acli, iniziato lo scorso aprile con la presentazione ufficiale alla Camera dei Deputati. Una scelta coraggiosa, quella di parlare di pace in tempo di guerra, con più di cento iniziative in questi mesi, tra progetti di accoglienza, approfondimenti di geopolitica, incontri ed eventi a livello nazionale. L’Agorà di Parigi 2023 è stata la conclusione di questo cammino: una possibilità di dialogo, ascolto e confronto con relatori da associazioni differenti. La scelta della capitale francese si rispecchia nel luogo dove si sono svolti i lavori: la cité universitaire. Immaginata nel 1925 per permettere a giovani studenti e ricercatori da tutto il mondo di vivere insieme nel periodo post – bellico, conta più di 40 case di nazioni diverse. Il luogo supera ancora oggi l’utopia della pace: rappresenta un esempio di come costruire un futuro senza conflitti, dove – come sottolineato da Maria Chiara Prodi, la direttrice della “Maison de l’Italie” – le diversità culturali sono solo una ricchezza e non un ostacolo.
Forse, però, l’urgenza della pace non è più considerata essenziale. Effettivamente, davanti agli orrori quotidiani, la nostra reazione è di stanchezza, solitudine e rabbia per il “cessate il fuoco” che continua a tardare. Per questo, dietro al concetto di pace non ci devono essere interessi politici, giochi strategici di conquista, aspirazioni di espansione o interessi economici. Al contrario, ci devono essere le persone. C’è la sofferenza di due o più popoli straziati dal dolore, martoriati da conflitti che uccidono anche il presente. Un oggi che non dà più prospettiva, un oggi che fa cadere nel circolo vizioso dell’abitudine alla guerra.
Credo che, come giovani, non dobbiamo restare inermi difronte a tutte le iniquità dell’ordinario e soprattutto, come giovani aclisti, abbiamo la possibilità di unirci per denunciare gli orrori del mondo che purtroppo sembrano non cessare ma, anzi, aumentare esponenzialmente.
L’agire politico deve ripartire dal basso, dall’essere comunità, per sperimentare veramente cosa sia la pace. Non basta avere compassione per i Paesi in guerra, bisogna essere consapevoli che abbiamo una responsabilità collettiva da esercitare con la costruzione di una rete associativa solida. Inoltre, bisogna riconoscere l’importanza della democrazia e dell’essere europei, avendo consapevolezza che non solo la pace non ha confini, ma, come ricordato dalla relatrice Sara Maria Neri: “la democrazia non porta necessariamente alla pace ma senza democrazia non c’è pace.”
Dunque, l’impegno deve essere diretto a mantenere vivi i principi del ‘48, trovando il coraggio che la pace richiede per portarla avanti.
Per questo, la domanda che sorge spontanea “come faccio a trovare la giustizia?” deve trasformarsi in un invito personale. Come suggerito dal presidente nazionale Emiliano Manfredonia in apertura dei lavori, dobbiamo “cercare di avere sempre fame e sete di giustizia.” In questo modo, ognuno di noi riuscirà a scandalizzarsi, stupirsi, avere una compassione vera e non più momentanea, così da poter agire concretamente. Di conseguenza, non saremo mai sazi o dissetati ma avremo sempre più necessità di capire, uscendo dall’indifferenza e dall’individualismo che sono il male del mondo e alimento tossico delle guerre.
Ora che l’Agorà è giunta al termine, tocca ad ognuno di noi irradiare i nostri territori per diffondere sempre più una cultura di pace, come evidenziato dal coordinatore nazionale Simone Romagnoli. Il documento
politico, scritto e presentato dai Giovani delle Acli contiene un messaggio chiaro: la pace è un concetto positivo, un impegno continuo, un moto costante, una costruzione di valori, una politica per il bene comune e giustizia sociale. È necessario agire in tutti i “campi”, ponendo come premessa il principio secondo il quale “se vuoi la pace prepara la pace”.
Grati per le testimonianze ascoltate, le provocazioni nate, le persone incontrate e le domande sorte, tornando a casa non restiamo indifferenti. L’Agorà non sia un punto di arrivo ma, al contrario, uno slancio e un simbolo effettivo di cambiamento: la pace non rimanga una mera definizione e un’utopia, ma sia un cammino, un metodo, un mezzo e uno stile per vivere autenticamente la realtà e il mondo che ci circonda. Solo in questo modo, le uniche armi da usare saranno il dialogo e la solidarietà per la conquista di un presente e futuro di pace.