Un grave lutto per tutto il movimento sindacale: scompare il sindacalista del...

Un grave lutto per tutto il movimento sindacale: scompare il sindacalista del tempo nuovo email stampa

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Dal 1979 al 1985 fu segretario generale della CISL. In quegli anni fu il più tenace sostenitore dell'"accordo di San Valentino" (14 febbraio 1984) sulla scala mobile

La memoria dell’attività sindacale di Pierre Carniti si lega essenzialmente a due fasi della vicenda del movimento dei lavoratori in questo Paese: il massimo di unità sindacale raggiunto nelle lotte della fine degli anni Sessanta e che termina con il patto confederale del 1972 (che è molto meno dell’unità organica che a un certo punto sembrava a portata di mano ma venne boicottata con forza dalla convergente volontà di tutte le forze politiche) e poi il massimo della rottura consumatasi sull’accordo di San Valentino per la neutralizzazione degli scatti di scala mobile nel 1984 cui fece seguito il lacerante referendum del 1985 voluto dal PCI e subito da Luciano Lama e dalla dirigenza riformista della CGIL (una lacerazione preceduta dalla barbara uccisione per mano terroristica di Ezio Tarantelli, l’economista che mobilitò le forze intellettuali per il No al referendum e per questo subì gli attacchi brutali e delegittimanti di una certa sinistra).

Carniti fu protagonista consapevole e primario di una vicenda sindacale che va dal 1960 al 1985, anno del suo ritiro dalla Segreteria generale della CISL, e la sua ascesa a ruoli dirigenziali prima fra i metalmeccanici della FIM e poi a livello confederale nella CISL fu anche l’ascesa di una nuova leva di sindacalisti che stavano attraversando la fase di consolidamento di un nuovo modello capitalistico che inseriva masse sempre più ampie di lavoratori nella produzione industriale chiedendo di far saltare rapporti sociali sclerotizzati e di portare anche nei luoghi di lavoro i diritti che la Costituzione riconosce ai lavoratori. A soli 24 anni Carniti – nativo di Castelleone, nella bassa cremonese, cresciuto nelle ACLI e poi nella scuola sindacale di Fiesole della CISL- fa parlare di sé come Segretario della FIM di Milano nel dicembre 1960 quando la lotta degli elettromeccanici per il miglioramento delle condizioni contrattuali si esprime attraverso grandi cortei finalmente unitari e con una dura vertenza che attira anche l’attenzione e la simpatia dell’allora Arcivescovo della Diocesi ambrosiana Giovanni Battista Montini. Il segno di questo tempo nuovo è dato dal comizio congiunto che Carniti tiene insieme al Segretario generale della FIOM -CGIL Bruno Trentin al Velodromo Vigorelli nell’aprile del 1962.

Nei suoi anni milanesi Carniti frequentò l’ambiente aclista, e fu in questo humus fecondo che stabilì dei legami decisivi per la crescita della consapevolezza intellettuale e politica della FIM, a partire da quello con Bruno Manghi – che fu il vero intellettuale organico di riferimento di quella stagione- e poi Sandro Antoniazzi, Carlo Stelluti  e molti altri, fra cui Lorenzo Cantù al quale fu sempre legato da fraterna amicizia.

Carniti – occorre dirlo- non è mai stato né un’estremista né un criptocomunista: egli piuttosto seppe interpretare con intelligenza le istanze riformiste proprie della cultura cislina, il primato della dimensione contrattuale, l’autonomia del sindacato dalle forze politiche, dando loro un’impronta radicale e critica verso gli assetti del neocapitalismo che sapeva anche farsi carico della complessità  e per questo fu un’argine alla presenza del terrorismo e dei suoi fiancheggiatori (più numerosi di quanto si pensasse) all’interno delle fabbriche.

In effetti, la fine della sua segreteria coincise con l’inizio di una fase involutiva del movimento sindacale, in cui nella CGIL come nella CISL e nella UIL tornavano a prevalere fuori tempo massimo le nostalgie per  le rassicuranti sponde del collateralismo partitico (non a caso un anno dopo Luciano Lama, sconfitto nella sua battaglia riformista, si congedò lui pure dalla guida della CGIL), ignari del fatto che quel tipo di assetto politico sarebbe stato spazzato via di lì a qualche anno.

Carniti avrebbe dovuto diventare Presidente della RAI, ma rifiutò di assumere l’incarico per non dover sottostare a inaccettabili imposizioni lottizzatorie: si dedicò quindi ad un’intensa attività di studio e nel 1989 accettò la candidatura al Parlamento europeo offertagli dal PSI, entro il quale provò ad organizzare una qualche forma di presenza di cattolici riformisti nella prospettiva dell’alternanza di governo. Fu quella la base su cui si sviluppò successivamente la nascita del movimento Cristiano sociale, a cui Carniti si dedicò con passione insieme ad Ermanno Gorrieri e ad altre figure del sindacato e dell’associazionismo: rieletto a Strasburgo nelle liste del PDS nel 1994, successivamente alle fine del secondo mandato Carniti si allontanò progressivamente dalla vita politica anche a causa di crescenti problemi di salute.

La sua eredità è in qualche modo condensata da una lettera aperta che egli inviò nell’ottobre scorso – forse la sua ultima uscita pubblica- alle Segreterie confederali di CGIL-CISL-UIL a seguito di alcune dichiarazioni dell’attuale Vicepresidente del Consiglio Luigi Di  Maio che aveva minacciato, in caso di vittoria alle elezioni, di riformare il sindacato per via autoritativa. Nella lettera Carniti rilevava che “la sconsiderata sortita di Di Maio può, al tempo stesso, essere interpretata come una spia anche del declino della popolarità del sindacato. Condizione che induce alcuni politici e politicanti ad uniformarsi a quello che viene considerato il “senso comune”. Anche se, come spiegava bene Manzoni, è generalmente diverso, e non di rado opposto, al “buon senso” .

Tuttavia, egli rilevava, il sindacato aveva prestato largamente il fianco ad accuse insensate di ogni tipo sia per i “ deplorevoli episodi di devianza etica di singoli dirigenti e militanti “, sia per le problematiche sociali che oggettivamente gravano sul nostro Paese e che non trovano nel sindacato l’interlocutore forte ed attento che sarebbe necessario. “Perciò –argomentava implacabilmente Carniti– se come sarebbe utile, Cgil, Cisl ed Uil intendono invertire la pericolosa frammentazione in atto, debbono fare scelte chiare ed assumere comportamenti coerenti. Ad iniziare da sé stesse. Per dirla in termini chiari la propensione alla dispersione ed alla frammentazione si combatte, innanzi tutto, con l’esempio di un impegno unitario. Condotta che in alcune circostanze si è anche fortunatamente realizzata. Ma che non può essere certo interpretata come un vincolo, bensì come un discrimine di valore strategico  al quale sia legata la gestione delle scelte sindacali. Infatti, sul bisogno di unità, nella pratica quotidiana dominano piuttosto le esigenze di identità. E, nella sostanza, un atteggiamento inevitabilmente orientato alla concorrenza ed alla competizione. La giustificazione degli “addetti ai lavori” per questo stato di cose è nota e, secondo alcuni, anche ragionevole. In sostanza viene invocato il motivo che le differenze di orientamento, di cultura, di tradizioni, nei fatti, producono inevitabilmente anche strategie politiche diverse. A ben vedere si tratta però di una spiegazione che non spiega nulla. Intanto per la buona ragione che le differenze sulle politiche ci sono sempre state e ci saranno sempre. Non solo tra diverse organizzazioni, ma anche all’interno di ciascuna organizzazione. E quando non si manifestano è un cattivo segno. Perché vuol dire che la dialettica interna è anestetizzata dal conformismo e dall’opportunismo. In ogni caso, si possono anche capire tutti i dubbi e le perplessità, ma viene un momento e questo momento per il sindacalismo confederale è sicuramente venuto, che dubbi e perplessità rischiano di non essere altro che un alibi per sfuggire alle proprie responsabilità. Il lavoro da sviluppare è, dunque, quello di cogliere l’unità nella diversità e di trasformare il superamento delle diversità in una ragione di irrobustimento dell’unità. Condizione indispensabile per realizzare, come richiesto dalle sfide da affrontare, un impegno solidale, condiviso, efficace. Va detto che in proposito non è possibile alcuna indulgenza, nessuna condiscendenza. Perché, mentre per la soluzione dei problemi che riguardano la condizione del lavoro si devono fare i conti con l’opposizione, la resistenza delle controparti e degli avversari, in questo campo tutto dipende esclusivamente dalla volontà e dalla coerenza soggettiva del movimento sindacale confederale. “

Queste parole forti e dure chiudono di fatto un’esistenza interamente votata alla promozione della classe lavoratrice, ed attendono ancora che qualcuno se ne faccia responsabilmente e coerentemente carico.

Il ricordo di Carlo Stelluti