Un secolo fa nasceva il Pci

Un secolo fa nasceva il Pci email stampa

Il 21 gennaio 1921 una minoranza di delegati al XVIII Congresso del PSI lasciò tumultuosamente il Teatro Goldoni per riunirsi al Teatro San Marco e fondare un nuovo partito

311
0
SHARE
La prima pagina de L'rdine Nuovo del 22 gennaio 1921, che annunciava la costituzione del Pci. ( da piazzadivittorio.it)

La storia del Partito Comunista Italiano, dalla sua fondazione, avvenuta a Livorno il 21 gennaio 1921 quando una minoranza di delegati al XVIII Congresso del PSI lasciò tumultuosamente il Teatro Goldoni per riunirsi al Teatro San Marco, dove nacque ufficialmente il nuovo Partito, fino al suo scioglimento, esattamente settant’anni dopo a Rimini, è strettamente connessa alla vicenda politica dell’Unione Sovietica e da essa largamente determinata.

Infatti, come ebbe a rilevare Massimo D’Alema nei dibattiti spesso feroci che portarono alla cosiddetta “svolta” di fine anni Ottanta, non fu il Manifesto di Marx ed Engels a determinare la nascita del PCI, ma i “21 punti”, dettati da Lenin, che regolavano le modalità di annessione alla Terza internazionale costituitasi a Mosca nel 1919 (Internazionale comunista, o Komintern) , nei quali era richiesto apertamente che i partiti socialisti che ad essa  volevano iscriversi adeguassero la loro disciplina interna a quella ferrea del partito bolscevico che aveva conquistato il potere in Russia nel 1917, espellessero dal loro seno i più noti dirigenti riformisti (per l’Italia si facevano apertamente i nomi di Filippo Turati ed Emanuele Modigliani) , si preparassero ad una lotta di classe globale senza fidare nella “legalità borghese” e cambiassero il loro nome in “partito comunista” del tale Paese, riconoscendo i deliberati dell’ Internazionale (ossia, come apparve da subito chiaro, del partito bolscevico russo, l’unico ad essere andato al potere ed il principale fondatore e finanziatore dell’Internazionale stessa) come vincolanti per la loro azione a livello nazionale.

Non solo i riformisti, ma anche la maggioranza cosiddetta massimalista del PSI rifiutò di sottomettersi a questa impostazione, e l’intervento del rappresentante del Komintern , il bulgaro Christo Kabakcev, che con toni militareschi richiamava all’obbedienza ai “21 punti”, fu accolto molto male dalla platea. Del resto, la stessa frazione comunista, guidata da Amadeo Bordiga, vero fondatore del partito e suo capo per alcuni anni, non desiderava minimamente confondersi con gli altri , ed era convinto che una forza sia pure minoritaria ma risoluta e ideologicamente coesa potesse essere l’elemento scatenante di quella rivoluzione proletaria alla cui vigilia si riteneva che anche l’Italia fosse, come del resto tutta l’Europa. Il PSI, che era stato il primo partito per numero di voti alle elezioni del novembre 1919, in cui si era votato con scrutinio proporzionale, era fortemente diviso, fra la predicazione della maggioranza massimalista, che all’estremismo verbale non faceva seguire una prassi coerente e rifiutava sistematicamente di porsi come forza di governo in un contesto di democrazia borghese, a differenza di molte altre socialdemocrazie europee, e la minoranza riformista, forte nel gruppo parlamentare e nel movimento sindacale e cooperativo, che in sede congressuale per voce di Turati ricordò che una grande forza popolare doveva farsi carico della questione del governo nelle condizioni date, e che l’ostentazione dell’estremismo verbale e della giustificazione della violenza di classe costituiva il più gigantesco alibi per l’organizzarsi delle forze controrivoluzionarie e per la perdita di consenso del partito in vaste masse, ad esempio quelle cattoliche.

In quella fase, la scissione comunista rappresentò un oggettivo indebolimento delle chance della sinistra italiana di giocare un possibile ruolo nel difficile processo di riassestamento postbellico del sistema politico italiano, mentre l’emergere di altri soggetti di massa come il Partito popolare non venne recepito se non come un complotto clericale (laddove ad esempio in Germania ed in Belgio le socialdemocrazie riuscivano a governare con i partiti cattolici locali), ed il fascismo incominciava a crescere basandosi sulla paura della grande borghesia industriale ed agraria, spaventata dal fantasma rivoluzionario, e sul risentimento della piccola borghesia che aveva pagato un pesante tributo di sangue durante la Grande guerra e non ne aveva ricavato alcun beneficio, vedendosi anzi in qualche modo messa in angolo dall’ascesa del proletariato.

La sottovalutazione del fenomeno fascista da parte del gruppo dirigente bordighiano fu spettacolare: il leader del PCI arrivò a dichiarare che se il fascismo avesse veramente “abbattuto il baraccone parlamentare” ciò sarebbe stato un bene, in quanto prodromico alla rivoluzione proletaria e, trovandosi a Mosca nei giorni della Marcia su Roma , a chi gli chiedeva che cosa stesse accadendo in Italia rispose con leggerezza  che si trattava di una semplice crisi di Governo “magari un po’agitata”.

Fu sempre l’Internazionale a decidere che la linea dell’isolamento non portasse alcun giovamento, e che contro il fascismo si dovesse adottare una linea unitaria con i partiti socialisti: di fronte al rifiuto di Bordiga, i dirigenti moscoviti (“ il Komintern decide e manda”, come scrisse giustamente Giorgio Bocca) decisero di sostituire la direzione con una più disponibile alla nuova tattica, in cui spiccavano Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti: si noti che tale cambiamento avvenne perlopiù per linee interne, al punto tale che Gramsci conquistò di fatto la direzione del partito mentre nemmeno si trovava in Italia, e l’adattamento del PCI alla nuova strategia avvenne dopo un duro scontro fra Bordiga e Stalin, allora astro emergente del bolscevismo sovietico, e punto di riferimento del nuovo accordo fra il “centro” e la “destra” del partito che coinvolgeva tutte le sezioni dell’Internazionale e tagliava furi tutte le sinistre , da Trockij a Bordiga. Si parlò all’epoca di una prospettiva di fusione fra PCI e PSI, m dai carteggi emersi appare che la dirigenza comunista, Gramsci e Togliatti in testa, non concepisse tale fusione altrimenti che il puro e semplice assorbimento dei socialisti da parte comunista, e la maggioranza dei socialisti lo comprese bene al punto che la progettata fusione non andò in porto.

La fase più alta di unità dei partiti antifascisti, come è noto, si ebbe nel periodo aventiniano, dopo l’omicidio Matteotti, ma i comunisti si sottrassero quasi subito alla politica di astensione dal dibattito parlamentare, valutando, peraltro correttamente, che la tribuna di Montecitorio fosse l’unica possibile per far sentire la voce sempre più flebile dell’opposizione al fascismo. Meno abili furono i comunisti nella fase del passaggio alla clandestinità, con il conseguente incarceramento della gran parte dei dirigenti , a partire da Gramsci e Terracini, condannati a pene severissime.

 

Certo, il PCI di fatto fu l’unica forza politica a mantenere una presenza più o meno attiva, per quanto clandestina, durante il periodo della dittatura fascista, e nella lotta generosa di molti suoi militanti nella guerra di Spagna e in quella resistenziale conquistò la sua legittimazione agli occhi di larghi settori del popolo italiano, sia fra i ceti proletari che fra quelli intellettuali. Ma nello stesso tempo il PCI agiva riflettendo pedissequamente le direttive di Mosca, che ormai, consolidatosi il potere di Stalin concepiva il Komintern come strumento della politica estera sovietica, determinando prima la linea della contrapposizione totale con la socialdemocrazia, poi quella dei fronti popolari in nome dell’unità antifascista e poi quella della pratica neutralità fra nazisti ed antinazisti dopo il Patto Molotov – Ribbentrop che poi diventò appello alla lotta antifascista generalizzata dopo l’invasione tedesca dell’URSS, con contestuale scioglimento del Komintern come atto di buona volontà nei confronti delle democrazie occidentali.

La stessa scelta di Togliatti di non porre la questione istituzionale, ossia il superamento della monarchia, come condizione per collaborare con le altre forze antifasciste italiane -la cosiddetta “svolta di Salerno” del 1944- corrispondeva probabilmente i convincimenti del leader del PCI, ma era anche il frutto di istruzioni che Stalin aveva direttamente impartito a Togliatti prima del suo rientro in Italia in nome della lotta unitaria contro Hitler ed i suoi alleati. Allo stesso tempo, il processo di nuovo inasprimento del messaggio politico dei partiti comunisti occidentali fu l’effetto di un forte richiamo da parte sovietica, quando soprattutto i comunisti italiani e francesi vennero richiamati con durezza in una riunione riservata svoltasi in Polonia nel 1947 per essersi lasciati estromettere dai rispettivi Governi senza praticamente colpo ferire. A seguito di ciò, il Cremlino impose una più stretta aderenza agli orientamenti dettati dalla dirigenza sovietica, imponendo la liquidazione di tutte le cosiddette “vie nazionali al socialismo” e ricostituendo un Ufficio di informazioni dei partiti comunisti (Kominform) che, sia pure con un vincolo meno stretto rispetto alla vecchia Internazionale, garantiva il pratico controllo dell’ URSS sul regime interno dei vari partiti comunisti sia in Occidente sia nell’Europa orientale sottoposta all’occupazione sovietica.

Certo, la strategia di Togliatti era complessa: da un lato egli cercò di affrancare il PCI dal cliché maturato in clandestinità del partito settario, ristretto, basato su di una logica militare più che politica, varando al contrario la suggestione del “partito nuovo”, capace di adattarsi a tutti i gangli vitali della società italiana, rivolto in prima istanza alle classi lavoratrici ma pienamente inserito nella storia e nello sviluppo del pensiero nazionale italiano. Dall’altro lato, egli era il primo a sapere che non tutti i quadri dirigenti formatisi nella clandestinità, nell’esilio, nelle lotte interne a Mosca o a Parigi o nel confino erano disponibili a questo nuovo approccio strategico, che peraltro consentì al PCI di diventare uno dei “padri” della nuova Costituzione repubblicana. Le masse lavoratrici, poi, aderivano al PCI o quantomeno lo votavano perché vedevano in quel partito il riflesso della Rivoluzione d’ottobre, alimentato vieppiù dal mito di Stalin che i dirigenti comunisti italiani con maggiore o minore convinzione contribuivano ad alimentare aderendo sistematicamente a tutte le campagne lanciate a livello internazionale dalla dirigenza sovietica e dal Kominform, avallando la repressione dei primi dissidenti nei Paesi satelliti e diffamando coloro che avvertivano sulla deriva antidemocratica dei sistemi del socialismo reale.

Lo strumento principale della penetrazione del PCI nel mondo della cultura era l’abile gestione del pensiero di Antonio Gramsci così come emergeva dalle sue lettere e dai suoi “Quaderni del carcere”, di cui Togliatti gestì l’editing, sopprimendo talvolta ciò che non serviva ed utilizzando ciò che era funzionale alla strategia di delineare, attraverso un pensiero diverso dal leninismo spesso rozzamente tradotto tipico degli altri partiti comunisti occidentali, un pensiero che in qualche modo si confrontava con la grande scuola dell’idealismo e anche con il cattolicesimo, che tuttavia (ed è una distorsione che è rimasta presente, forse anche fino ad oggi, nella dirigenza comunista e postcomunista) veniva costantemente interpretato non nella sua autonomia intellettuale e politica ma come puro riflesso della posizione di un altro centro di potere. E’ possibile che abbia ragione Luciano Canfora quando interpreta la rivendicata originalità del pensiero gramsciano e la sua centralità nella strategia politica di Togliatti come una modalità per reinserire pazientemente il PCI nel filone principale del movimento operaio, ossia la socialdemocrazia, ma ciò doveva accadere senza dirlo apertamente, essendo le parole “riformista” e “socialdemocratico” dei veri e propri insulti nel lessico comunista.

In questa prospettiva, Togliatti fu molto disturbato dalle “rivelazioni” contenute nel famoso “Rapporto segreto” di Kruscev al XX Congresso del PCUS che mettevano in evidenza gli errori ed i crimini perpetrati fra gli anni Trenta ed i primi anni Cinquanta mettendoli interamente a carico di Stalin e degli uomini a lui più vicini. Naturalmente Togliatti sapeva bene quello che era accaduto, visto il ruolo importante che aveva giocato nel Komintern, ma sapeva anche che tali distorsioni non erano riconducibili ad una persona ma ad un sistema, e proprio per questo riteneva che una denuncia generalizzata facesse più male che bene alla causa complessiva del movimento comunista, soprattutto in un contesto in cui , particolarmente in Occidente, la base del partito era ancora tenacemente legata al mito dell’ Uomo d’Acciaio.

Il PCI non fece mancare la sua solidarietà ai sovietici in occasione della feroce repressione della rivolta ungherese, soprattutto quando si rese conto che le uniche rotture sarebbero state quelle di qualche intellettuale o di qualche pur prestigioso dirigente politico come Antonio Giolitti, mentre la base solidarizzava in sostanza con l’azione repressiva dell’URSS: lo stesso Togliatti  arrivò a giustificare due anni dopo l’impiccagione di Imre Nagy e degli altri capi della rivolta ungherese.

Tuttavia quella vicenda rimetteva in movimento la situazione: soprattutto convinceva la dirigenza socialista, ed in particolare Pietro Nenni, che per anni si era adeguata alla strategia del PCI, dell’impossibilità di arrivare al potere in Ocidente sotto bandiera comunista,e riapriva la strada di un riformismo possibile attraverso il percorso di collaborazione governativa con la Democrazia cristiana – il centrosinistra- che si sarebbe tuttavia realizzato solo sette anni più tardi dopo numerose resistenze di diverso segno.

La crisi interna del movimento comunista, che diventava affrontamento strategico fra Unione Sovietica e Cina, le nuove inquietudini della società del benessere -che il PCI non aveva mai seriamente analizzato rimanendo ancorato all’idea che quello italiano fosse un “capitalismo straccione” incapace di incidere sullo sviluppo del paese e sui consumi degli Italiani- l’emergere di nuove istanze sociali e culturali colsero in qualche modo di sorpresa tutto il sistema politico. Il PCI era riuscito a diventare parte integrante del sistema politico italiano pur stando stabilmente all’opposizione a livello nazionale sia per la sua presenza sociale(ivi comprese le organizzazioni di massa come sindacati e cooperative) sia per quella culturale sia per la capacità amministrativa dispiegata nei Comuni, nelle Province e (dopo la loro istituzione) nelle Regioni in cui governava, che di fatto configuravano, senza dirlo, una sorta di peculiare socialdemocrazia cui si accompagnava un capillare  spesso oppressivo controllo sociale sul territorio.

La contestazione diffusa fra i giovani, i figli del boom economico, si indirizzava pertanto “anche” contro  il PCI, al quale le frange più ideologizzate rimproveravano l’incapacità di aver dato una svolta radicale al Paese nel periodo postbellico, e i non essere capace di opporsi efficacemente alla ristrutturazione capitalistica in atto. Inoltre, la repressione della “Primavera di Praga” nel 1968 aveva approfondito la distanza critica fra la maggioranza del PCI e l’Unione Sovietica, senza che tuttavia vi fosse da parte dei comunisti italiani  il coraggio di una rottura generalizzata con un sistema politico sostanzialmente irriformabile.

Dopo la morte di Togliatti e l’interregno di Luigi Longo, la scelta del gruppo dirigente per il nuovo Segretario era caduta su Enrico Berlinguer, che aveva avuto rilevanti incarichi nell’organizzazione del partito ,ma non apparteneva alla generazione dei fondatori e nemmeno aveva partecipato alla Resistenza: l’esigenza che si sentiva era quella di un cambio generazionale che, senza brusche rotture, permettesse la nascita di una classe dirigente in qualche modo più in fase rispetto ai fermenti della società italiana. In effetti, la cultura politica comunista non apprezzava particolarmente il movimentismo e lo spontaneismo, e persino uno dei dirigenti che era considerato più aperto rispetto a tali istanze, Pietro Ingrao, mise in chiaro che nella sua soggettività il PCI avrebbe giudicato autonomamente i fenomeni di massa e certo non si sarebbe fatto giudicare da loro.

La proposta politica fondamentale di Berlinguer, il “compromesso storico”, ossia la prospettiva di una fase più o meno lunga di governo che vedesse affiancati i partiti che rappresentavano i principali filoni culturali del Paese (cattolici, comunisti e socialisti), pur essendo stata originata nell’immediato dalle conseguenze del golpe cileno del 1973, era in realtà la prosecuzione di quell’idea di unità delle forze popolari che Togliatti aveva formulato ai tempi del CLN e che si ripresentava carsicamente nelle riflessioni della dirigenza comunista. Con ciò Berlinguer riconosceva che nel contesto della Guerra fredda era impensabile che una sinistra a trazione comunista andasse al governo con solo il 51% dei voti popolari (che peraltro non aveva), e cercava all’interno della DC interlocutori disponibili a prendere in considerazione tale prospettiva. In pari tempo, il movimento iniziato dalla grandi lotte studentesche ed operaie del 1968/1969 ed una crescente irritazione dell’opinione pubblica nei confronti dell’immobilismo e della corruzione del sistema politico imperniato sulla DC, insieme ai nuovi fermenti presenti nel cattolicesimo postconciliare (che comunque la dirigenza comunista non incoraggiò , perché la sua strategia era quella di arrivare ad un accordo con la DC nel suo complesso, avendo, se non la benedizione, almeno la non belligeranza del Vaticano), contribuirono a gonfiare le vele del consenso al PCI, che ebbe il suo apice alle elezioni regionali ed amministrative del 1975, le quali segnarono il passaggio a sinistra di numerose metropoli (Milano, Torino, Venezia, l’anno successivo Roma…).

Le elezioni politiche anticipate del 1976 avrebbero dovuto segnare , secondo molti, il momento del “sorpasso” dei comunisti sui democristiani: al contrario, la DC recuperò rispetto all’anno precedente e si attestò al 38%, mentre i comunisti salirono al 34% creando di fatto una situazione di impasse che Aldo Moro, presidente della DC  e possibile interlocutore individuato da Berlinguer per la sua strategia, risolse con l’affidamento dell’incarico di formare il Governo a Giulio Andreotti, uomo della destra dc gradito agli USA e al Vaticano, che formò un monocolore democristiano, sul quale il PCI e gli altri partiti democratici si astennero dando volta a volta il consenso sulle principali scelte legislative.

Va detto che la strategia di Moro era diversa da quella di Berlinguer: egli non immaginò mai una coabitazione al governo fra DC e PCI, quanto piuttosto una collaborazione del PCI come sostegno esterno al Governo per una fase più o meno lunga dopodiché si sarebbe potuto arrivare ad una vera  democrazia dell’alternanza . Moro, per la sua lunga pratica di governo, aveva una più consapevole visione rispetto a Berlinguer delle conseguenze interne ed esterne dell’avvicinamento del PCI a ruoli di governo.

Il rapimento e la morte di Moro di fatto posero fine alla politica detta della “solidarietà nazionale”: il PCI combatté con coraggio e determinazione contro il terrorismo, anche quello di matrice marxista, sia per difendere quell’ordine democratico di cui si sentiva parte, sia perché oggettivamente i terroristi, che nelle università, nei quartieri e nelle fabbriche godevano di un appoggio non maggioritario ma più ampio di quanto si poteva credere, erano di fatto un avversario del partito comunista nella lotta per l’egemonia sulla classe operaia.

Le elezioni del 1979 segnarono per il PCI un periodo di discesa inesorabile sotto il profilo elettorale, mentre la DC chiudeva tutte le prospettive di una collaborazione di governo e a sinsitra spuntava un antagonista diverso nel PSI di Bettino Craxi, che metteva radicalmente in discussione gli stessi presupposti ideologici dell’egemonia comunista in nome di una concezione dinamica del riformismo e la pratica spregiudicata del potere di interdizione che derivava dalla posizione centrale del PSI fra democristiani e comunisti. A questa situazione, che peraltro corrispondeva alla crescente ed evidente senescenza delle dittature comuniste orientali, Berlinguer rispose con una politcia di sostanziale arroccamento del PCI , che ebbe la sua espressione più alta nella cosiddetta “questione morale”, intesa come delegittimazione globale del sistema politico basato sull’accordo fra DC e PSI , evocando la prospettiva di un “Governo degli onesti” di cui il PCI avrebbe dovuto essere il perno come sola alternativa possibile: prospettiva irrealistica, anche perché nessuno era disposto a riconoscere ai comunisti il diritto di rilasciare patenti di onestà a chicchessia, e comunque l’onestà non è una categoria politica.

Molti dirigenti comunisti, a partire da Massimo D’Alema , ammisero anni dopo che la posizione del Segretario era essenzialmente tattica, nel senso che puntava a preservare intatte le forze del partito in attesa che fosse possibile la ripresa di una prospettiva strategica per uscire dal progressivo isolamento: ciò serviva inoltre, nella battaglia interna, a mettere sotto scacco la componente riformista guidata da Napolitano, Chiaromonte, Macaluso ed   altri che esortava ad un diverso rapporto con i socialisti e, in prospettiva, a richiudere la ferita della scissione di Livorno nella prospettiva di una nuova unità delle forze socialiste che potesse inverare l’alternativa alla DC.

La drammatica morte di Berlinguer dopo un comizio a Padova, nel giugno del 1984, portava ad una sorta di canonizzazione laica del leader e aiutava il PCI, sull’onda di un’emozione generale,  a ottenere un’effimera vittoria alle elezioni europee di quell’anno, vittoria che rimase un fatto isolato, visto che la dirigenza del partito rimaneva improvvisamente senza una guida e senza una strategia. Dopo l’onesto ma pallido interregno di Alessandro Natta, il gruppo dirigente di quarantenni che si raccolse intorno ad Achille Occhetto cercò di barcamenarsi fra la prospettiva di una progressiva integrazione nella sinistra europea – ossia nella socialdemocrazia- e le residue illusioni sulla capacità della perestrojka di Gorbaciov di dare nuova vitalità al sistema sovietico e a quello dei paesi satelliti.

Il crescente attivismo craxiano, la percezione della marginalità nella società e nel dibattito politico, i deludenti risultati elettorali si incaricavano di smentire tali illusioni, e nel novembre del 1989 Occhetto era costretto a fare il passo che fino ad allora solo i riformisti del partito avevano suggerito venendo perciò anatemizzati: cambiare il nome, lasciare quella ormai imbarazzante espressione – “comunista”- per cercare un diverso ubi consistam nella socialdemocrazia europea. In ogni caso, il fatto che Occhetto avesse preso questa decisione all’indomani del crollo del Muro di Berlino, simbolo della divisione dell’Europa fra democrazia e dittatura, stava una volta di più a dimostrare che il legame del PCI con le vicende sovietiche era più forte di quanto si potesse immaginare, e che era inevitabile che un partito nato da un diktat formulato a Mosca quando veramente pareva che la Rivoluzione d’Ottobre incarnasse il sole dell’avvenire finisse la sua vicenda storica nel momento in cui quella rivoluzione e ciò che ne era nato venivano consegnati agli archivi della storia.

Paradosso di un’esperienza storica che era riuscito ad essere insieme un grande partito nazionale , un perno essenziale nella lotta di liberazione antifascista e nella formulazione della Costituzione repubblicana, un educatore politico di grandi masse ed un baluardo nella lotta contro il terrorismo ed allo stesso tempo il terminale italiano di una potenza straniera e l’asseveratore consapevole della grande menzogna (per usare le parole di Giovanni Paolo II) a cui si era ridotta l’impalcatura leninista e staliniana, oltreché, oggettivamente, la causa prima dell’impossibilità di una fisiologica alternanza di governo per i primi cinquant’anni della storia repubblicana.