Un territorio da salvaguardare

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di Riccardo Graziano – 19/12/2014

Intervista a Luca Mercalli climatologo a cui abbiamo chiesto un parere sull’uso e la difesa del suolo per uscire dalla logica emergenziale ed impostare una seria politica di prevenzione

Nelle ultime settimane una serie di catastrofi ambientali ha colpito a macchia di leopardo la nostra penisola, ponendo drammaticamente in evidenza la fragilità di un territorio abusato ed eccessivamente cementificato, e mettendo in rilievo le mutate caratteristiche degli eventi climatici, divenuti maggiormente potenti e localmente devastanti, spesso imprevedibili almeno per quanto riguarda la loro portata. Una situazione che andrebbe affrontata in maniera maggiormente efficace, al di là dell’onda emotiva causata da questi tragici eventi e uscendo dalla logica prettamente emergenziale con cui essi vengono gestiti, intervenendo solo a fatto compiuto per limitare i danni, ripristinare, ricostruire, senza tuttavia apprendere la lezione e impostare una seria politica di prevenzione. Per fare il punto sulla questione in maniera razionale e oggettiva, abbiamo chiesto il parere di Luca Mercalli, climatologo e presidente della Società Meteorologica Italiana, oltre che volto mediaticamente noto per la sua collaborazione col programma di Raitre “Che tempo che fa”.

Professor Mercalli, nel suo nutrito curriculum ci sono studi specifici su “Uso e difesa dei suoli”, e qualche anno fa ha dato alle stampe un volume dal significativo titolo “Le mucche non mangiano cemento”, una denuncia contro l’eccessiva cementificazione, fra le cause dei disastri che hanno colpito di recente il nostro territorio…
In Italia c’è una piccola, ma molto attiva comunità di scienziati ed esperti che si occupa di queste problematiche, formata da pedologi, ovvero esperti di rilevamento, classificazione e conservazione del suolo, urbanisti e climatologi, della quale faccio parte. Ci occupiamo non solo di studiare la situazione, ma di sensibilizzare l’opinione pubblica e di confrontarci con autorità e amministratori per giungere a un approccio risolutivo differente, a partire dalla definizione stessa di “suolo”, da intendersi ormai non come semplice “supporto” per le attività umane, ma come un bene comune, vera e propria risorsa primaria da tutelare, al pari di aria e acqua. In tal senso, abbiamo avuto proficui contatti con Mario Catania, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali dell’esecutivo Monti [autore di un DDL quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo di suolo e promotore di una normativa sul divieto di accesso agli incentivi per il fotovoltaico su terreni agricoli, ndr]. Ma poi c’è stato un cambio di governo…

L’attuale premier Renzi vanta il fatto che, come Sindaco di Firenze, aveva impostato un piano urbanistico a “volumi zero” volto a fermare la proliferazione urbanistica, riqualificando l’esistente o demolendo l’inutilizzato prima di costruire del nuovo, tuttavia il decreto “Sblocca Italia” licenziato dal suo esecutivo pare ancora molto sbilanciato a favore di infrastrutture e grandi opere…
Purtroppo nel nostro Paese sussiste ancora questa mentalità che individua nella costruzione e cementificazione continua l’unico motore dello sviluppo. Occorrerebbe invece prendere atto che non è possibile continuare a consumare terreno “vergine”, ovvero sottratto all’utilizzo agricolo, per costruire ulteriori capannoni, centri commerciali o quant’altro. I motivi per fermare questo modello di “sviluppo” a spese del territorio sono almeno tre: l’aspetto idrogeologico, con l’eccessiva impermeabilizzazione del suolo e la conseguente ridotta capacità di assorbire le precipitazioni; quello produttivo, perché si riduce la capacità dell’industria agro-alimentare di fornire alimenti [già oggi ridotta all’80% del fabbisogno nazionale, con conseguente aumento delle importazioni, a causa della perdita negli ultimi 40 anni di 5 milioni di ettari di superficie agricola, pari alla somma dei territori di Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna, ndr]; infine, da non sottovalutare, l’aspetto estetico, certamente non secondario in un Paese ricco di arte e storia come il nostro, dove il turismo rappresenta ancora una fonte notevole di produzione di reddito. Tenendo conto che tutto ciò non significherebbe affatto bloccare l’edilizia, vista l’enorme quantità di lavoro che può scaturire non solo dalle manutenzioni ordinarie, ma da un piano nazionale di recupero e riqualificazione degli edifici, da quelli storico artistici a quelli di civile abitazione, passando per scuole e palazzi pubblici. Purtroppo, la sensibilità della classe dirigente in difesa del suolo è ancora bassissima, anche a livello europeo, dove la Direttiva Suolo presentata in Commissione è stata recentemente abbandonata dagli stessi promotori, i quali nonostante l’impegno profuso hanno dovuto arrendersi al muro di opposizione eretto da tutti i governi europei.

Tornando agli eventi climatici estremi che hanno colpito il nostro paese, qualcuno ci ha letto la prova tangibile del mutamento climatico in corso a causa del riscaldamento globale, è così?
Il discorso è complesso, entrano in gioco molte variabili per spiegare i recenti disastri, a partire dall’aumento della pressione demografica, passando per l’eccessiva urbanizzazione, fino ad arrivare a una maggiore incisività dei fenomeni atmosferici. Concause che si sommano mettendo a nudo la fragilità di un territorio e dei suoi abitanti, dove si è costruito anche in zone golenali esondabili, si sono imbrigliati e intombati fiumi sottovalutando la loro portata potenziale, eccetera. Diverso il discorso per il riscaldamento globale, dove il parametro di riferimento, cioè la temperatura, è unico e misurabile, per cui il dato è incontrovertibile e incontestabile: il pianeta e l’atmosfera si stanno riscaldando, con tutte le conseguenze del caso.

Tuttavia, una parte – ormai minima – della comunità scientifica contesta queste conclusioni, ingenerando confusione fra l’opinione pubblica e le autorità.
In realtà, l’effetto distorsivo di queste affermazioni colpisce al limite solo una parte dell’opinione pubblica. Per quanto riguarda i Governi, fa fede la posizione ufficiale, che è quella contenuta nelle Convenzioni sul clima e nei Trattati sottoscritti a livello globale da decine di nazioni, dove si riconosce l’esistenza del problema.

Però in concreto si fa poco per risolverlo…
Purtroppo sì, i passi in questo senso sono minimi, anche se qualcosa è stato fatto. Ora gli occhi sono puntati verso il prossimo Summit sul clima, Parigi 2015. Purché non finisca in un nulla di fatto come qualche anno fa a Copenhagen. Tra l’altro attualmente (mentre scriviamo) è in corso la Conferenza di Lima sul clima, quali novità?
La sensazione è che l’incontro si concluderà con un nulla di fatto, al limite qualche accordo da definire l’anno prossimo a Parigi, perdendo ancora un anno prezioso…

Di recente si è avuto, almeno, l’accordo Usa-Cina per il contenimento delle emissioni di gas-serra. Una cosa non da poco, visto che i due Paesi insieme introducono nell’atmosfera il 45% delle emissioni globali.
Indubbiamente un passo avanti, ma va sottolineato che Usa e Cina erano i “cattivi” dell’inquinamento globale, e che il recente accordo li porta appena alla sufficienza. L’Europa resta la punta di diamante della lotta al riscaldamento globale, anche se, purtroppo, adesso sembra aver ingranato la retromarcia…

In che senso?
Il precedente Commissario all’Ambiente, lo sloveno Janez Potocnik, era persona estremamente preparata, mentre quello attuale, il maltese Karmenu Vella, non sembra avere un curriculum paragonabile. Per non parlare del nuovo Commissario all’Energia, lo spagnolo Miguel Arias Canete, sul quale grava un pesante conflitto di interessi, vista la compartecipazione della sua famiglia nell’industria petrolifera…

Uno scenario poco promettente…una battuta per concludere?
Una pillola di riflessione: secondo i rilevamenti, l’autunno in corso ha battuto l’ennesimo record: è stato il più caldo di sempre a livello globale.