Una Anna Bolena dalle atmosfere sinistre e oppressive

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Una scena corale dell'opera Anna Bolena di Gaetano Donizetti in scena al Teatro che prende il nome dal compositore bergamasco

L’opera di Donizetti accolta con grandi consensi a Bergamo nell’interessante allestimento di Alessandro Talevi e con un ottimo cast vocale. 

Il Teatro Donizetti di Bergamo ha sempre reso onore al suo celebre cittadino operista. Ma forse più di prima il Comune e le istituzioni locali cominciano a credere che l’indiscussa fama internazionale di Gaetano Donizetti possa essere utilizzata non solo per rendere sempre più assidua la presenza delle sue tante opere (dalle più celebri alle meno conosciute) nella programmazione del teatro, ma anche per fare di Bergamo un luogo di riferimento che crei attenzione culturale attorno alla sua figura, coinvolgendo la cittadinanza attraverso iniziative assai riuscite ed originali, come è stato il “Donizetti Pride for Expo”, ed attirando un pubblico rivelatosi numeroso più che mai per le opere presenti nel cartellone di quest’anno.

Una stagione le cui linee sono state curate con geniali idee di indirizzo musicale da Francesco Micheli, da quest’anno nuovo direttore artistico della Fondazione Donizetti. Ed i risultati si sono fatti subito vedere con il successo ottenuto dalle due affollatissime recite di Anna Bolena di Donizetti, lo spettacolo di punta del cartellone 2015, messa in scena nell’edizione critica di Paolo Fabbri e in versione integrale che più integrale non si può, per la gioia di un pubblico accorso da ogni dove. I motivi di tanto interesse erano evidenti, sia per la presenza di un allestimento nuovo, firmato dal talentuoso regista Alessandro Talevi, sia per un cast, almeno sulla carta, di grande richiamo.

La messa in scena, secondo la volontà espressa dal regista stesso, appare cupa e oppressiva in scene e costumi di Madeleine Boyd che rispondono all’idea di una reggia inglese dove il dramma delle segrete cose di corte e della minaccia di un re Enrico VIII onnipresente ˗ anche un poco dark nell’immagine vampiresca e maligna che lo vuole un monarca bieco e perfido più che autorevole ˗ sono riflesso della vulnerabilità di una regina orgogliosa ma in balia del destino di morte che la attende.

La nudità della scena tutta nera, con poche aperture alla visione di un bosco scheletrito e di una vetrata appannata e sporca, reca immagini simboliche che esprimono la connotazione fortemente sinistra e drammatica che Talevi ha inteso dare al dramma. Ed ecco la pedana a cerchio girevole quale immagine del fatale destino regale che ruota implacabilmente per poi abbattersi con impietosa condanna su Anna che, ad inizio d’opera, partorisce la bimba (Elisabetta I) concepita con Enrico VIII e poi alla fine la stringe fra le sue braccia mentre si appresta ad intonare la scena della follia prima di andare al patibolo. La scelta di mostrare la bimba di Anna Bolena con la sua culla è forse l’unica arbitrarietà della regia, dal momento che il libretto di Felice Romani non ne fa riferimento, anche se appare di effetto nella fisionomia complessiva di uno spettacolo di forte impatto emotivo, al quale l’intera compagnia di canto pare credere, immedesimandosi con completo impegno anche dinanzi a risultati vocali che sembrano in taluni casi addirittura potenziati dalla forza teatrale che si sprigiona dalla messa in scena.

Non si può infatti affermare che Alex Esposito abbia la caratura vocale necessaria alla parte di Enrico VIII per i suoni spesso carenti di ampiezza sonora e poco rotondi, che paiono come scarnificati per mettersi al servizio di un fraseggio attento alla parola e alla nervosa caratterizzazione di un re perfido ma anche debole, che tiene la corte sotto il giogo del suo potere ma rivela anche l’inquietudine nervosa che determina ogni suo gesto di cinico tiranno. Una interpretazione teatralmente interessante, assai più che nella resa vocale sostanzialmente apprezzabile, come lo è quella della Giovanna Seymour di Sofia Soloviy, dal colore di voce più chiaro di come si è soliti sentire per questo personaggio e, proprio per questo, filologicamente più pertinente. Stilisticamente sopra ogni sospetto è anche la prova del tenore russo Maxim Mironov, che da tenore rossiniano affermato tenta la carta di avvicinare un ruolo, quello di Percy, fra i più complessi composti per il mitico Giovanni Battista Rubini. La tessitura acutissima della parte viene risolta con interessanti soluzioni in falsetto e con suoni bianchi che si staccano dal corpo di una voce limitata per spessore sonoro ma così attenta all’equilibrio dell’emissione da restituire ˗ per di più dinanzi ad una parte di sovrumana difficoltà come questa ˗ l’immagine attendibile di ciò che doveva essere il canto ottocentesco del tenore contraltino estatico o di grazia, che cantava d’amore su tessiture iperacute di angelica dolcezza e chiarore. Trova quindi, a suo modo e con le forze vocali di cui dispone in natura, la strada pertinente ad esprimere l’elegia amorosa che Donizetti sapeva di poter ottenere da Rubini e, in virtù di questo, va premiato per essere il cantante più in stile del cast.

La protagonista, Carmela Remigio, non è una Anna Bolena capace di rendere efficace l’arco drammatico del canto donizettiano con un fraseggio dagli accenti arroventati seppure colmi di nobile mestizia, né è una belcantista capace di risolvere il ruolo sul piano della purezza del canto. In possesso di una bella voce di soprano lirico, la Remigio si sforza comunque di essere espressiva e di portare a casa la parte senza dare segni di stanchezza nel lungo cimento che la vede impegnata fino alla grande scena finale del supplizio. Vince la sfida perché è cantante tecnicamente preparata, intelligente e diligente, ma non aggiunge nulla alla storia dell’interpretazione di ruoli come questo, che ci permettiamo di sottolineare non sembra confacente alla sua vocalità.

Di tutto rispetto il restante cast, con lo Smeton perfettamente immedesimato da una Manuela Custer in stato di grazia espressiva, così come ottimi il Lord Rochefort dalla bella voce di basso di Gabriele Sagona e il Sir Hervey di Alessandro Viola.

Alla testa dell’orchestra I Virtuosi Italiani e del Coro Donizetti, istruito da Fabio Tartari, la bacchetta di Corrado Rovaris tiene sotto controllo il palcoscenico con estrema attenzione e, nella scelta dei tempi come nel respiro teatrale, dona alla partitura una tinta espressiva perfettamente equilibrata fra dramma ed elegia, come ciliegina sulla torta di uno spettacolo che, ad onta delle riserve espresse, è fra i più riusciti visti sulle scene bergamasche negli ultimi anni.