Una nuova stagione pastorale

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Il saluto di Papa Francesco e del card. Scola a mons. Delpini durante la visita pastorale del pontefice a Milano dello scorso 25 marzo. Fonte: Chiesa di Milano

L’immagine del “pastore con l’odore delle pecore” evocata da papa Francesco all’inizio del suo pontificato ha sicuramente orientato le scelte che il gesuita argentino ha compiuto in questi quattro anni per nominare i nuovi Vescovi di Chiese locali grandi e piccole. Non si tratta infatti solo di un’immagine retorica: il Papa è infatti angustiato, e lo ha detto più volte, per la qualità  morale e spirituale del personale ecclesiastico, non solo e non tanto per vicende dolorose e vergognose come quella degli abusi su minori (che rimane comunque una piaga mai rimarginata), ma per la percezione della distanza fra i chierici e il popolo e dei Vescovi fra di loro e dai loro sacerdoti, che non a caso sono tre delle cinque “piaghe” che Antonio Rosmini già nel 1848 affermava affliggessero la Chiesa.

La questione presenta un particolare rilievo nel nostro Paese, sia perché è quello che da sempre ospita la Sede Apostolica sia per il particolare rilievo che i presuli italiani hanno avuto nella Curia romana, nella diplomazia vaticana e nella gestione dei più alti incarichi ecclesiastici a partire dalle nomine cardinalizie, che implicano la possibilità di accedere all’elettorato attivo e passivo del nuovo Pontefice.

La Gerarchia ecclesiastica italiana aveva attraversato indenne con le sue certezze e i suoi privilegi sia la fase della lotta intransigente allo Stato unitario sia, a maggior ragione, quella della “conciliazione” con lo Stato fascista, aveva compreso poco del significato di fondo della guerra mondiale come guerra antitotalitaria  e della fase resistenziale e aveva pensato di poter interpretare la prevalenza del partito di ispirazione cristiana nello Stato repubblicano come una nuova fase di una gestione trionfale del potere effettivo ignorando quanto si muoveva sottotraccia in un Paese in cui la secolarizzazione muoveva già si affermava, con gran cruccio degli spiriti più avveduti come De Gasperi e Dossetti (che su questo punto la pensavano sostanzialmente allo stesso modo). Non  è un caso che quel periodo, gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, siano anche stati quelli della marginalizzazione di voci profetiche come quelle di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani che recentemente – e non casualmente – papa Francesco ha voluto onorare.

Il Concilio incrinò solo marginalmente questa sicurezza di sé, e lo stesso si può dire per il “dissenso” ecclesiale (uno dei cui massimi esponenti, l’ex Abate benedettino di San Paolo fuori le Mura Giovanni Franzoni è scomparso nei giorni scorsi), che peraltro venne riassorbito per la sua sostanziale mancanza di radici, ma fu l’esito del referendum sulla legge che introduceva il divorzio nel 1974 a ricordare pesantemente ai nostalgici dell’”Italia cattolicissima” che la fase storica era cambiata e che la secolarizzazione era qui per restare. Il Convegno ecclesiale del 1976 su “Evangelizzazione e promozione umana” fu un primo tentativo di analisi della situazione ecclesiale e sociale del nostro Paese, condotta con un’insolita libertà di parola, talmente insolita che per molto tempo fu impossibile registrare analoga “parresia” in ambienti ufficiali.

Il passaggio di stagione venne segnato dall’elezione di Giovanni Paolo II, che volle imprimere una maggiore dinamicità al cattolicesimo nel suo complesso e a quello italiano in particolare: il Convegno ecclesiale di Loreto del 1985, pur essendo stato più “curato” dalla CEI nella sua organizzazione rispetto a quello romano, era indubbiamente marcato da una venatura di sapore conciliare che l’intervento del Papa polacco stravolse. Il passaggio della CEI dalle gestioni Poma e Ballestrero a quelle di Poletti e soprattutto di Ruini in un contesto di ritrovata centralità clericale in cui uffici, commissioni, organismi curiali di varia natura, sempre gestiti da personale ecclesiastico, dirigevano con mano ferrea la vita pastorale e, in campo politico, garantivano un rapporto privilegiato prima con la DC dell’asse Forlani-Andreotti e poi con la destra berlusconiana e leghista.

Non è un caso del resto che pressoché tutti i sacerdoti che diressero gli uffici della CEI o del Vicariato di Roma negli anni ruiniani – fossero provvisti o meno di reali doni pastorali – si trovarono sbalzati su cattedre vescovili o addirittura insigniti del galero cardinalizio.

Fin da subito papa Francesco è apparso critico nei confronti di questa impostazione, e le sue scelte cardinalizie nei diversi concistori che si sono succeduti la dice lunga sul giudizio che egli ha maturato rispetto a certe nomine vescovili precedenti. Peraltro, il suo discorso ai partecipanti al Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 si può ben considerare equivalente a quello di Giovanni Paolo II trent’anni prima a Loreto, nel senso che ha mirato a demistificare la concezione di sé autocompiaciuta  che emergeva dall’impostazione generale e a focalizzare gli elementi critici di una presenza della Chiesa in Italia che non può più essere quella di un soggetto “che comanda dall’alto” come ebbe a dire nei suoi ultimi anni il card. Martini.

Di conseguenza, nella logica di Bergoglio il Vescovo non deve essere né un funzionario al vertice di una piramide burocratica perennemente occupato a tutelare il “buon nome” dell’istituzione né tantomeno un principe distante e lontano: semmai un compagno di strada, che va avanti a tutti per guidare ma che sa farsi partecipe delle esigenze del suo popolo e soprattutto cura la formazione dei sacerdoti, sapendo che le loro debolezze e manchevolezze umane non possono essere un ostacolo per l’annuncio del Vangelo.

E’ in questa prospettiva che si inserisce la nomina del nuovo Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini, il cui profilo è essenzialmente quello di un educatore e di un formatore che ha anche assunto ruoli di governo e che è sempre stato vicino ai sacerdoti e ai fedeli con una vita semplice ed uno stile dimesso ma non remissivo. Si è parlato di una scelta di continuità rispetto al card. Scola di cui mons. Delpini è stato Vicario generale, ma la continuità è da leggersi nella fiducia che gli accordarono il card. Martini, che lo fece Rettore del Seminario e il card. Tettamanzi che lo volle Vescovo ausiliare. Diciamo che Delpini conosce la “macchina” della più grande Diocesi del mondo, ma conosce anche le persone che la manovrano e, soprattutto, non ha perso la consapevolezza del fatto che la “macchina” è al servizio del popolo di Dio e non viceversa.

Lo stesso si può dire di mons. Pierantonio Tremolada, chiamato da Milano alla guida della Diocesi di Brescia avendo alle spalle una solida cultura biblica come del resto il suo predecessore Luciano Monari, e se questi ebbe per maestro a Roma il card. Martini, Tremolada fu allievo di Albert Vanhoye, anche lui gesuita e biblista di vaglia poi divenuto cardinale. Se vogliamo, è anche il profilo del modenese mons. Giacomo Morandi, nominato arcivescovo e Segretario della Congregazione per la dottrina della fede nel rimescolamento di carte successivo al dimissionamento del cardinale Müller, anche lui biblista ma anche parroco e per un certo tempo amministratore della sua Diocesi dopo la morte del Vescovo Lanfranchi.

Insomma, una nuova stagione pastorale è in pieno svolgimento, e richiede anche una nuova consapevolezza di sé del laicato nel momento in cui viene ufficialmente dichiarata la fine dell’autosufficienza clericale.