VERSO IL REFERENDUM: Non è con un’operazione di sottrazione che il...

VERSO IL REFERENDUM: Non è con un’operazione di sottrazione che il Paese troverà la governabilità che assicuri le necessarie riforme email stampa

Con la riflessione di Francesco Pasquali, della presidenza delle Acli Milanesi apriamo su Gionale dei Lavoratori uno spazio di confronto e approfondimento in occasione della prossima consultazione referendaria

397
0
SHARE

Ho riflettuto a lungo prima di scrivere questa riflessione, poi ho deciso perché tanti mi chiedevano come la pensassi.
Non è un tema che mi appassiona, perché credo, francamente, che sia che vinca il SI’ sia che vinca il NO cambierà ben poco.
Svolgo la mia riflessione su lunghe premesse, che ne rappresentano il cuore, e su una minima parte che rende la motivazione del mio voto.
1)Anzitutto è necessario smontare parecchi luoghi comuni e parecchie banalizzazioni delle posizioni avversarie.
Non è vero che se vincerà il SI’ ci sarà un’ingente riduzione dei “costi della politica” (espressione peraltro di pessimo gusto, perché la democrazia ha un costo, ma è anche un valore immenso): stiamo parlando dello 0,007% del PIL, un’inezia. Oltretutto di una riduzione del numero dei Parlamentari non si vede, almeno tecnicamente e politicamente, la necessità, in quanto il numero di Parlamentari italiani per abitante oggi è perfettamente in linea con quello degli altri Stati europei. Peraltro, assumere una posizione favorevole al SI’ esclusivamente in funzione anticasta, sarebbe soltanto populistico e demagogico.
Così come non è vero che se vincerà il SI’ ci sarà un “vulnus” alla democrazia o alla rappresentatività: come hanno chiarito anche i Costituzionalisti più seri (Onida, Pizzolato, Bonetti, Zagrebelsky), a poteri inalterati delle Camere è ben difficile immaginare un “vulnus” alla democrazia. Peraltro occorre anche tener conto che questa Riforma non dimezza i Parlamentari, come voleva fare la Riforma di Renzi nel 2016, ma li riduce in modo più contenuto, ancorché rilevante, di un terzo.
2) E’ ben vero che i Parlamentari (e aggiungo io, anche i Consiglieri Regionali, che non sono contemplati in questo Referendum) dovrebbero dare un segnale di sobrietà, se non altro per questione di credibilità allorché chiedono sacrifici a tutti gli altri Italiani, ma avrebbero potuto farlo in modo molto più significativo riducendosi gli stipendi che riducendo il numero degli eletti.
3) E’ altrettanto vero che un segnale ai partiti politici debba essere dato e, sotto questo aspetto, il SI’ potrebbe rappresentare questo segnale in modo molto più significativo che il NO, tuttavia sono decisamente convinto che tale segnale non verrebbe minimamente raccolto dalle segreterie dei Partiti, che continueranno a essere oltremodo autoreferenziali sia a livello nazionale che regionale che provinciale (diverso è il livello della sezione cittadina, dove resta qualche margine di democrazia in più, anche se soltanto su certi temi che non siano di rilevanza sovracomunale).
4) D’altro canto, una vittoria del SI’ darebbe in questo senso ancora maggior potere alle segreterie partitiche, le quali, con l’attuale legge elettorale che prevede liste corte ma bloccate, su un minor numero di Parlamentari da eleggere avrebbero ancor più buon gioco a mettere fra le prime posizioni in lista (con più probabilità di successo) i candidati più fedeli al segretario politico (magari, nella migliore delle ipotesi, utilizzando il solito “manuale Cencelli” per non scontentare le minoranze interne al Partito – ma potrebbero anche fare, invece, l’ “asso pigliatutto”, cosa che peraltro può già avvenire).
5) Votare un quesito referendario molto puntuale come questo, se da un lato presenta il vantaggio innegabile di non mischiare questo tema con altri imponendo di accettare o rifiutare tutto il pacchetto (come faceva la Riforma costituzionale di Renzi del 2016, che a mio avviso presentava anche lati positivi ma nel complesso peggiorava la situazione), dall’altro lato slega, nel contempo, questo tema dagli altri equilibri costituzionali che connotano la nostra Carta: non si può pensare di intervenire su un potere senza che l’intervento si ripercuota sugli altri poteri, né è ammissibile affermare che intervenire su un elemento non impedisce “poi” di intervenire su altri (come afferma il costituzionalista Ceccanti o politicamente Di Maio): non si può cominciare a votare al buio su questo, “poi vedremo…” Non funziona così!
6) Un quesito di una banalità impressionante come quello posto dal Referendum di settembre bypassa tutta una serie di cambiamenti nella governance e nella democrazia che sono avvenuti anche a livello sovranazionale e a livello extrapolitico dal 1948 ad oggi: il ruolo dell’Unione Europea (che ad oggi produce il 70% delle nostre norme, che non sono certo prodotte a Roma, e che nel 1948 neppure esisteva), il ruolo dei corpi intermedi (non soltanto Regioni, Province – che sono state anzi depauperate della rappresentatività diretta dalla Legge Delrio oggi meritevole di riforma – e Comuni, ma anche Sindacati datoriali e dei lavoratori, Ordini professionali e Terzo Settore), che con il passaggio dal Welfare State alla Welfare Community e nell’ottica di un federalismo solidale (e non egoistico come da più parti invocato) non possono non trovare una rappresentanza politico-istituzionale (sotto questo profilo la Riforma renziana del 2016 andava timidissimamente in questa direzione, ma tralasciava Sindacati, Ordini professionali e Terzo Settore, anzi li annullava proprio, e disequilibrava tutto il Sistema).
7) Sono ben altre le Riforme istituzionali di cui questo Paese ha bisogno, alcune delle quali potrebbero persino essere effettuate senza cambiare la Costituzione.
Fra quelle possibili a Carta invariata: la riforma dei Regolamenti Parlamentari; la riforma della legge elettorale (a questo proposito è bene almeno considerare le ultime 3: I) il “Mattarellum”, così denominato perché ne fu il principale estensore l’attuale Presidente della Repubblica, che aveva il merito di chiarire PRIMA delle elezioni quali fossero le coalizioni, essendo una legge a carattere prevalentemente maggioritario, ma che aveva la pecca di rendere difficile la governabilità, perché, lasciando un proporzionale al Senato, rischiava di permettere spesso maggioranze di colore diverso nelle due Camere; II) il “Porcellum”, che fu così chiamato dallo stesso suo principale estensore, il leghista Calderoli, che la definì una “porcata” e che aveva il solo obiettivo di rendere difficile l’elezione di chi doveva succedere al Governo che lo vedeva Ministro: una legge che aveva ben pochi pregi e che fu dichiarata – troppo tardi! – incostituzionale; III) il “Rosatellum”, cioè la legge elettorale tuttora vigente, così chiamato dal nome del suo principale estensore Ettore Rosato, frutto di un faticoso compromesso trasversale, che ha il pregio – almeno – di non essere incostituzionale, ma, essendo praticamente proporzionale non permette di conoscere in anticipo quale sarà la coalizione di Governo, rendendo possibili i ribaltoni che si sono visti di recente al Governo quando la Lega Nord se ne è autoesclusa, permettendo la formazione dell’attuale maggioranza, cosa difficilmente ipotizzabile al momento del voto); l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione, che prevede che i Partiti politici assumano la forma di “associazione riconosciuta” a base democratica (oggi nessun partito politico dello schieramento costituzionale assume questa forma, chissà come mai…).
Fra quelle che meriterebbero una riforma costituzionale, invece, urge superare il bicameralismo perfetto, rendendo, appunto, come ho già detto, il Senato la Camera di Rappresentanza di Regioni, Province, Comuni, nonché dei Sindacati datoriali e dei lavoratori, degli Ordini Professionali e del Terzo Settore. Questo contribuirebbe, peraltro, a depotenziare e ricondurre in un quadro più equilibrato il ruolo onnivoro delle segreterie dei Partiti Politici.
Fin qui le premesse.
Tanto di quel che ho scritto manca completamente nel quesito referendario (e forse è bene che manchi nel quesito, intendiamoci: quel che più preoccupa è che manca completamente nel dibattito, soprattutto in seno alle Forze di Governo che la pensano in modo non omogeneo, e che quindi lascia assolutamente al buio sulla domanda: “riduciamo i Parlamentari, e poi?”).
Peraltro la riduzione pura e semplice dei Parlamentari qualche controindicazione la presenta anche: non tanto a livello di elezione del Presidente della Repubblica, che è sempre eletto dalle Camere in seduta comune (ma da meno rappresentanti), dove un minimo di garanzia di rappresentanza ad ogni Regione resta comunque assicurata, ma soprattutto a livello di procedimento di Riforma della Costituzione, dove è ben vero che la doppia conferma con quorum dei due terzi per Camera permarrebbe per introdurre una modifica costituzionale senza Referendum costituzionale; tuttavia un conto è parlare di due terzi di Parlamentari su certi numeri assoluti, un conto su altri (è più difficile, ma più democratico, raggiungere un accordo fra 200 persone su 300 che fra 2 persone su 3!).
In sostanza: il mio voto sarà un NO, anche se – riconosco – un No poco appassionato, soltanto dovuto alle perplessità che ho finora cercato di spiegare. Non mi sento di rigettare certamente tutte le ragioni di chi vota SI’.
Una cosa è certa: non è con un’operazione matematica di sottrazione (e nemmeno con una nuova legge elettorale, anche se può senza dubbio aiutare, se non altro facendo chiarezza sulle alleanze prima delle elezioni con un ritorno al maggioritario) che questo Paese potrà trovare una governabilità che assicuri le necessarie riforme.
E’, piuttosto, con una diversa selezione della classe dirigente e con una capacità di dialogo e di disponibilità a raggiungere compromessi che oggi non si vede nemmeno all’orizzonte.
Perciò – forse sarò pessimista – credo che dovremmo avere l’onestà di riconoscere che la nostra generazione non è e non sarà capace di questi obiettivi, lavorando a livello educativo per preparare i nostri figli a recuperare queste competenze e caratteristiche che non avevano nemmeno i nostri padri, ma che avevano i nostri nonni.
P.S. E’ appena il caso di ricordare che, essendo un Referendum costituzionale, non è previsto il quorum, quindi l’astensione non farà altro che demandare la decisione a chi voterà (fosse anche una sola persona).