Zaccagnini, la solidarietà nazionale e le Acli

Zaccagnini, la solidarietà nazionale e le Acli email stampa

Si dirà che sono vicende lontane, ed è sicuramente vero. Esiste però ancora la responsabilità del Movimento aclista di interrogarsi, guardando oltre questa sconvolgente fase pandemica, sui nuovi assetti sociali e politici del Paese, sull'importanza di ragionare in termini globali, sul ruolo dell'Unione europea, sulle nuove sfide teologiche e sociali del magistero di papa Francesco, sulle forme del politico, sulle istituzioni, sui partiti.

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Dall'archivio fotografico delle Acli nazionali

Il 24 marzo 1976 il XIII Congresso della Democrazia Cristiana elesse Benigno Zaccagnini Segretario del Partito dopo un combattuto testa a testa con Arnaldo Forlani. In realtà Zaccagnini era già diventato Segretario della DC nel luglio precedente, da quando cioè il Consiglio nazionale del Partito, dopo il trauma della pesante sconfitta alle elezioni amministrative e comunali del 15 giugno, che  sua volta arrivava dopo l’altrettanto pesante sconfitta al referendum sul divorzio del maggio 1974, accoglieva le dimissioni di Amintore Fanfani e procedeva ad eleggere il nuovo Segretario dietro il discreto suggerimento di Aldo Moro.

Medico, partigiano nella sua Romagna con il nome di battaglia di Tommaso Moro, costituente, parlamentare di lungo corso, più volte Ministro e Vicepresidente della Camera, Zaccagnini era relativamente poco noto al momento della sua elezione, ma venne da subito percepito come una di quelle “riserve” cui la politica italiana poteva attingere: in un Paese esausto per la crisi economica, e sempre più dubbioso verso la corruzione e l’inconsistenza del sistema politico, ed in particolare della DC che ne era l’architrave, il medico ravennate appariva come un riferimento in termini di pulizia morale, di correttezza nei comportamenti e di un possibile cambiamento di linea politica che potesse in qualche modo collocarsi nella linea di quella “strategia dell’attenzione” verso il PCI di cui Moro era sostenitore ma che non coincideva con la suggestione berlingueriana del compromesso storico.

Il voto del Congresso fu importante, perché era la prima volta che la DC (e anzi qualsiasi partito politico italiano) devolveva ai delegati e non all’organismo politico nazionale l’elezione del Segretario: intorno alla candidatura di Zaccagnini (“Zac”, come sempre più venne correntemente chiamato) si creò una nuova attenzione verso il partito dello scudo crociato, e molti giovani cattolici democratici si sentirono motivati ad entrare in politica a partire da quell’ ondata di entusiasmo (stiamo parlando di figure come Renzo Lusetti, Enrico Farinone, gli attuali Ministri Dario Franceschini e Lorenzo Guerini, e, per li rami, lo stesso Enrico Letta). Fra l’altro, ciò permise alla DC, nelle cruciali elezioni politiche del 20 giugno 1976, di mantenere ed anzi aumentare i suoi voti, a fronte di una nuova crescita del PCI, generando una situazione di stallo dalla quale prese inizio la fase che venne denominata della “solidarietà nazionale”, nella quale il partito di Berlinguer per la prima volta veniva inserito nell’area di governo, attraverso il sostegno ai due Governi monocolori democristiani presieduti da Giulio Andreotti.

A quella nuova fase della DC e del Paese prestavano particolare attenzione anche le ACLI, che l’anno precedente avevano celebrato il loro XIII Congresso a Firenze, segnato a tutti i livelli dalla contrapposizione fra la corrente centrista di Autonomia e unità , guidata dal Presidente Marino Carboni e dal suo Vice Domenico Rosati, il cartello delle sinistre (Passuello, Giacomantonio, Gabaglio, Praderi, Bianchi…) e la componente più marcatamente legata alla DC che faceva capo a Vittorio Pozzar. Dopo il Congresso anche le componenti di sinistra erano state chiamate a far parte degli organi esecutivi, al fine di ricreare l’unità interna, ma la loro linea ecclesiale e politica suscitava parecchia apprensione negli interlocutori esterni del Movimento, in particolare nella DC e, soprattutto, nella Gerarchia ecclesiastica, la quale dopo qualche mese fece pressione perché avvenisse un chiarimento interno che portasse all’estromissione dal Movimento di alcuni dei principali esponenti della sinistra.

Il gruppo di maggioranza non accettò questa richiesta, che, oltre a provocare seri contraccolpi interni avrebbe oltretutto ridotto la credibilità delle ACLI come interlocutori in parecchi ambienti politici e sindacali: venne allora suggerita una mediazione, che consistette nella candidatura di Carboni nelle liste democristiane in un collegio senatoriale “sicuro” in Puglia. Gli succedette, con largo consenso, proprio Rosati, che avrebbe mantenuto l’incarico per undici anni, ed il cui inizio di presidenza coincise quindi con la fase della solidarietà nazionale, compresa la tragedia che travolse Aldo Moro (il XIV Congresso nazionale si tenne a Bologna poche settimane dopo ‘assassinio del leader democristiano).

Conversando molti anni dopo con lo storico Carlo Felice Casula, Rosati ammise che la gestione Zaccagnini della DC e la politica di solidarietà nazionale gli tornarono in qualche modo utili per sedare le divisioni interne almeno sotto il profilo politico: da un lato perché dimostravano che la DC era tuttora una grande forza popolare, complessa, ma non impermeabile alle istanze sociali che venivano dall’interno stesso del mondo cattolico e dall’insieme di una società in forte trasformazione. Dall’altro, perché riconduceva a responsabilità di governo i partiti di sinistra, in particolare PCI e PSI, a cui guardavano – con il voto e talvolta anche la militanza- numerosi esponenti aclisti non solo della minoranza.

Naturalmente era uno scenario complesso, giacché non mancavano le resistenze, la stessa politica di solidarietà nazionale procedette per scarti ed in modo poco lineare, nonostante gli importanti risultati conseguiti (come la legge sul servizio sanitario nazionale, fortemente voluta a Tina Anselmi, o quella sull’equo canone), per poi crollare definitivamente entro pochi mesi dall’assassinio di Moro. Le stesse componenti di sinistra delle ACLI, in cui forte era il richiamo agli ambienti della sinistra politica più radicale (PdUP, Democrazia proletaria…) e della contestazione ecclesiale erano assai diffidenti nei confronti di un percorso che pareva votato ad un inserimento del PCI nei meccanismi dello Stato borghese, più che alla sua radicale trasformazione. Più in generale si sentiva il bisogno non tanto di un nuovo rapporto con la DC ma dell’alternativa ad essa come completamento della liberazione dei credenti da ogni sovrastruttura di collateralismo politico e di commistione fra fede e potere. Non a caso Livio Labor, maestro ed amico di Carboni , entrò con lui al Senato nella stessa tornata, me nelle fila del PSI, e prima delle elezioni rilasciò un’intervista a “Repubblica” per chiarire che obiettivo suo e dei suoi compagni che lo avevano seguito in quel percorso politico era quello di mandare la DC all’opposizione…

La stagione della solidarietà nazionale, come si è detto, durò solo tre anni, finì con le elezioni anticipate del 1979, che segnarono un primo, significativo arretramento del PCI, e venne seppellita definitivamente l’anno successivo al XIV Congresso della Dc, quando la componente di sinistra (che si era denominata significativamente “Area Zac”, sebbene Zaccagnini, devastato umanamente dalla vicenda Moro, avesse rinunciato a ricandidarsi) venne sconfitta da un cartello centrista tenuto insieme da un “preambolo” in cui si affermava l’inopportunità del coinvolgimento del PCI al governo del Paese. Significativamente, ideatore del preambolo fu Carlo Donat Cattin, capo della corrente di Forze Nuove, la cosiddetta “sinistra sociale” della DC, con cui le ACLI avevano avuto per anni stretti rapporti, che dopo la morte di Moro si era sempre più spostato su posizioni anticomuniste che del resto avevano lunghe radici nella vicenda storica del cattolicesimo sociale. Le stesse ACLI ne sentirono il contraccolpo, al punto che Rosati, qualche tempo dopo, disse che gli sembrava di essere un adepto del PSOCS, il Pio Sodalizio degli Orfani del Compromesso Storico…

E tuttavia, in prospettiva aclista, quella stagione non fu inutile, perché , sia pure in forme diverse da quelle pensate da Rosati, contribuì allo stemperamento dei rapporti interni, al punto tale che i dirigenti della componente di sinistra assunsero progressivamente le maggiori responsabilità nel Movimento, e il più significativo di essi, Giovanni Bianchi, avviò una riflessione sul recupero del popolarismo sturziano nelle ACLI e sulla sua attualità come forma di rivitalizzazione dell’impegno politico dei credenti,  su questa linea si candidò alla successione di Rosati nel 1987.

Si dirà che sono vicende lontane, ed è sicuramente vero: quel partito, quel sistema politico, quella Chiesa, quella società e anche quelle ACLI non esistono più. Esiste però ancora la responsabilità del Movimento aclista di interrogarsi, guardando oltre questa sconvolgente fase pandemica, sui nuovi assetti sociali e politici del Paese, sull’importanza di ragionare in termini globali, sul ruolo dell’Unione europea, sulle nuove sfide teologiche e sociali del magistero di papa Francesco, sulle forme del politico, sulle istituzioni, sui partiti.

Un interrogarsi non ripiegati su se stessi, ma con il fine specifico di saper costruire, a partire da sé ed insieme a tutti i possibili compagni di strada, proposte credibili e fondate per la costruzione della città dell’uomo a misura d’uomo.