Il tema del cosiddetto “lavoro povero” affiora carsicamente nella discussione sociale e politica, ma mai con l’attenzione che meriterebbe anche perché, soprattutto per quanto concerne gli attori politici, esso implicherebbe una riflessione non episodica e, soprattutto, finalizzata ad azioni conseguenti che allo stato di cose non sembrano essere nei primi posti dell’agenda politica di nessuno.
Un’analisi seria sull’argomento ha provato a farla le ACLI nella primavera scorsa con uno studio curato dall’IREF che si è basato sui dati reddituali degli utenti dei nostri CAF.
Secondo l’ISTAT, circa il 7,6% dei lavoratori italiani si trova in una condizione di “povertà lavorativa”, un dato in crescita rispetto al 4,9% del 2014. Questo aumento, pari al 55% in poco più di dieci anni, evidenzia un trend preoccupante che vede un numero crescente di persone in difficoltà economiche nonostante siano occupate. In termini relativi, circa 8,5 milioni di persone si trovano al di sotto della soglia di povertà relativa, fissata dall’ISTAT al 14,5% della popolazione.
Entrando nel merito dei dati, su un campione di 785.466 contribuenti con reddito da lavoro, il 91,6% si trova al di sopra della soglia di bassa retribuzione, mentre l’8,4% al di sotto: la bassa retribuzione è, dunque, un fenomeno che colpisce una parte ridotta ma comunque significativa del campione di lavoratrici e lavoratori che si rivolgono al Caf Acli per la dichiarazione dei redditi. Al di là di questo dato generale, come è noto, il mercato del lavoro italiano è attraversato da segmentazioni lungo le dimensioni di genere ed età. Non sorprende quindi che andando a verificare la percentuale tra uomini e donne si riscontri un rapporto superiore a 1 a 2 tra dichiaranti di genere maschile e femminile: nello specifico ha un reddito da lavoro inferiore ai 726 euro al mese l’11,6% delle dichiaranti donne a fronte del 5,3% dei dichiaranti uomini.
Ciò dimostra l’esistenza di un nesso tra residenza regionale, basso reddito da lavoro e accesso al sistema sanitario. Tale dato meriterebbe di essere analizzato anche tenendo conto della diversa composizione pubblico-privato dei sistemi sanitari regionali per evidenziare il peso della sanità privata nelle spese dei lavoratori: purtroppo la natura degli importi portati in detrazione non è un’informazione disponibile all’interno del Mod. 730.
I dati analizzati mettono in luce disuguaglianze economiche e sociali che attraversano il Paese, riflettendo una realtà che riguarda non solo il livello di reddito ma anche l’accesso a servizi fondamentali come la sanità, i trasporti, l’istruzione. La povertà lavorativa, in particolare, non è un fenomeno isolato ma è interconnesso con questioni generazionali, di genere e territoriali. Le donne e i giovani sono i più vulnerabili per i redditi che riescono a ottenere nel mercato del lavoro, mentre le aree interne soffrono di un progressivo abbandono e di una crescente difficoltà a trattenere i giovani talenti. Le politiche pubbliche sono in altre parole chiamate ad affrontare questi problemi con un approccio mirato e differenziato, che tenga conto delle specificità territoriali e delle necessità dei gruppi più vulnerabili. Interventi mirati sul reddito, sulle opportunità lavorative, sull’accesso ai servizi e sulla valorizzazione del capitale umano sono essenziali per contrastare le disuguaglianze e migliorare le condizioni di vita di milioni di italiani.
Anche la Caritas italiana nel maggio scorso ha diffuso uno studio simile che dimostra la “debolezza del lavoro che smette di essere fattore di tutela e di protezione sociale”.
Un gruppo di lavoro insediatosi presso il Ministero del Welfare ai tempi del Governo Draghi, guidato dall’economista Andrea Garnero, aveva proposto un approccio in cinque punti a questa tematica, che poi l’attuale Governo ha fatto cadere.
Merita comunque riproporlo qui:
- Garantire salari minimi adeguati (con tre possibili opzioni, tra cui una Legge sulla rappresentanza ed estensione erga omnes dei contratti collettivi, Un salario minimo per legge o delle sperimentazioni limitate a specifici settori);
- Aumentare il rispetto dei minimi salariali attraverso una più efficace vigilanza documentale;
- Introdurre un trasferimento rivolto esclusivamente a chi percepisce redditi da lavoro (in-work benefit);
- Incentivare il rispetto delle norme da parte delle aziende e aumentare la consapevolezza di lavoratori e imprese;
- Promuovere una revisione dell’indicatore europeo di povertà lavorativa a livello di Unione europea.
Naturalmente vi possono essere diverse sfumature e attenzioni su di una materia così complessa rispetto alla drammatica constatazione che non necessariamente nella società attuale il lavoro è una via d’uscita dalla povertà, come invece era stato in precedenza, soprattutto per l’indebolimento delle politiche di welfare che al lavoro erano connesse. E’ chiaro però che le proposte del gruppo Garnero così sopra esposte hanno una loro seria consistenza.
Il problema di un’autentica politica riformatrice oggi è di trovare una soluzione credibile e fattibile, una nuova quadratura del cerchio, a questo problema sempre più pressante.












