Con la scomparsa di Pietro Praderi avvenuta oggi (25 giugno) a 94 anni, viene meno un testimone ed un Protagonista della fase più intensa della storia delle Acli, ed in particolare di quelle milanesi.
Nativo di Marano, in provincia di Brescia, seguì la sua famiglia che si era trasferita a Milano per lavoro e consegui il diploma di ragioniere. Sì avvicinò alle Acli, ed incominciò ad operare in esse a tempo pieno soprattutto nel settore della formazione, della quale era particolarmente appassionato, collaborando con Gian Mario Albani, figura carismatica del Movimento aclista negli anni Cinquanta e Sessanta.
Praderi entrò per la prima volta in Consiglio provinciale con il Congresso del 1963, che segnò il ritiro dalla Presidenza di Luigi Clerici, aprendo una fase di incertezza che durò per l’intero mandato, segnato dal succedersi di tre diverse Presidenze guidate da Battista Colombo, dal citato Albani e dal futuro deputato Ilario Bianco.
Praderi fece parte di tutte e tre, e ciò denotava l’autorevolezza che ormai ricopriva agli occhi di militanti e dirigenti. Dopo il Congresso del 1966, che segnò la vittoria del gruppo che faceva capo ad Albani e a Praderi su quello guidato da Vittorino Colombo, Praderi venne eletto Presidente provinciale a soli 34 anni, assumendo anche un ruolo di punta a livello nazionale.
Il suo mandato venne segnato dalla necessità di inserire le ACLI in modo sempre più approfondito nei dibattiti che segnarono la classe operaia in quegli anni difficili ed esaltanti, in particolare nella ricerca dell’unità sindacale, e nel tentativo di rifondare su nuove basi la presenza sociale dei credenti alla luce del rinnovamento conciliare.
Per questo Milano aderì con convinzione, sia pure nella sua specificità, al superamento del rapporto collaterale con la DC promosso da Labor e Gabaglio, anche se Praderi mantenne sempre una distanza critica rispetto all’ “ipotesi socialista” del convegno di Vallombrosa 1970, che gli pareva affrettata ed imprecisa.
Lasciò la Presidenza provinciale con il Congresso del 1973, sostituito da Franco Sala, ed entrò a fare parte della Presidenza nazionale.
Tuttavia, nell’ estate di quell’ anno, da un lato gli esiti del Convegno nazionale di studi di Roccaraso -dove Sala si era esposto in prima persona – e dall’ altro il crollo della Presidenza di Gabaglio su pressione della Cei e della DC, indussero Praderi ad aderire al gruppo di coloro che decisero di sfiduciare Sala (fra essi Emanuele Ranci Ortigosa, Giovanni Bianchi, Giovanni Garuti…) i quali gli chiesero di riassumere la guida della Presidenza.
Il terzo mandato di Praderi venne segnato dalla volontà di riannodare il dialogo con la Curia milanese, senza perdere la specificità e l’autonomia delle ACLI. In quegli anni presero corpo due delle intuizioni più notevoli di Praderi e del suo gruppo dirigente, quello del Movimento Casa e Territorio, da cui nacque in collaborazione con la CISL il Sicet, e quella dell’Associazione delle famiglie dei lavoratori, da cui germinò la Lega dei Consumatori.
Terminato il suo mandato presidenziale Praderi rientrò nella Presidenza nazionale unitaria guidata prima da Marino Carboni e poi da Domenico Rosati assumendo l’incarico per lui congeniale dell’azione sociale fino al 1981.
Rientrato a Milano fu per alcuni anni capo dell’Ufficio studi delle ACLI provinciali e poi Vicepresidente regionale, ma il suo impegno primario, mantenuto si può dire fino alla fine, divenne quello della Lega dei Consumatori.
Alla moglie e ai figli le condoglianze e le preghiere delle ACLI milanesi.











