C’era molta attesa per l’Enciclica “Magnifica humanitas”, che avrebbe rappresentato non tanto un testo programmatico per il pontificato di Leone XIV – per certi versi sembra che il Papa intenda come suo programma quello già delineato dal suo predecessore in “Evangelii gaudium” e rimasto lettera morta per l resistenze e le inerzie della struttura ecclesiale- quanto per valutare quali sarebbero stati i contenuti della proposta del Pontefice (e quindi della Chiesa cattolica) di fronte ad una sfida che è insieme tecnologica, sociale, economica, politica ed esistenziale.
Diciamo subito che l’enciclica si pone -e lo dimostra con un’accurata disamina- nella scia dell’insegnamento sociale della Chiesa ed in particolare di quello del Concilio Vaticano II e dei sei Papi conciliari e post conciliari, i quali hanno adottato una logica cristocentrica che diventa anche antropocentrica, in quanto Cristo è il modello dell’uomo rinnovato e l’essere umano porta in sé una grandezza ed una dignità che gli sono conferite da Dio che non possono essere piegate a logiche materiali, inevitabilmente idolatriche.
Il tema dell’enciclica, infatti, non è l’Intelligenza Artificiale (IA) in se stessa, ma la dignità della persona nel tempo segnato anche dall’IA : “Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa.” (MH, 15).
È evidente che il testo dovrà essere studiato con attenzione, cercando di favorirne il recepimento e di farne anche oggetto di dialogo e riflessione comune con coloro che non si identificano con la posizione della Chiesa cattolica ma sono sinceramente interessati alla tutela e alla promozione della dignità della persona umana. Ad essi il Papa chiede di collocarsi nella dicotomia di derivazione biblica fra Babele e Gerusalemme, fa il luogo della dispersione e della distruzione e quello della ricostruzione “pezzo per pezzo”, richiamando la figura di Neemia, l’altro funzionario ebreo alla corte dell’Imperatore persiano Artaserse I che si fece affidare dal suo signore il compito di riportare gli ebrei nella Terra promessa dopo la cattività babilonese, e ricostruì Gerusalemme.
Nello stesso tempo, possiamo evidenziare quelli che sono i temi salienti dell’enciclica che incontrano il cammino che le ACLI in questi anni hanno svolto per tenere insieme l’impegno per la giustizia sociale e quello per la pace.
L’enciclica mette in evidenza i tre nodi fondamentali che possono rendere problematico il diffondersi dell’IA rispetto alla dignità della persona umana: il problema della verità , ossia la possibilità che IA e piattaforme digitali possano moltiplicare disinformazione, odio, polarizzazione, indebolendo la democrazia.; la diffusione dell’odio , ossia il rischio di aumentare disoccupazione, precarietà, disuguaglianze tra pochi iperqualificati e molti lavoratori sostituibili; la possibile nascita di nuove schiavitù derivanti dallo sfruttamento di lavoratori invisibili, bambini nelle miniere, vittime di tratta controllate attraverso strumenti tecnologici, colonialismo dei dati.
In questo senso l’IA deve essere, in un certo senso “disarmata”, ossia liberata da quelle logiche che ne fanno uno strumento di dominio, esclusione e morte, e messa al servizio del bene comune, senza separare le decisioni in materia sociale e politica dalla coscienza, dalla responsabilità e dallo spirito critico, che l’uso sconsiderato della tecnologia può indebolire.
Disarmare significa rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. “Come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’AI tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche e accesso ai dati”, spiega il pontefice.
In modo esplicito, l’enciclica afferma che non basta regolare la tecnologia: va sottratta ai monopoli, resa trasparente e contestabile, cioè “abitabile” da più soggetti. E soprattutto, va impedito che l’AI diventi uno strumento di dominio economico, politico o militare di pochi. Non è una metafora morale: è la richiesta di evitare che la logica della competizione trasformi un’infrastruttura comune in un sistema di controllo.
E’ in questo senso che si pone il problema del lavoro : come la Rerum novarum cercava di leggere gli effetti della rivoluzione industriale sulla vita concreta delle persone, “Magnifica humanitas” prova a fare lo stesso con la rivoluzione digitale. Il lavoro, in questa visione, non è soltanto produzione economica o prestazione da ottimizzare, ma uno spazio attraverso cui la persona esprime dignità, responsabilità e partecipazione alla vita sociale. Per questo, se l’intelligenza artificiale finisce per ridurre il lavoratore a funzione misurabile, controllabile e sostituibile, il problema non è soltanto economico o tecnologico, ma diventa una questione sociale, politica e profondamente umana.
Infatti, ricorda il Papa “la tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune, ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.” (9)
Come ha rilevato Christian Rocca su “Linkiesta” , la Chiesa è oggi il soggetto che maggiormente sta riflettendo, ed intervenendo in virtù del suo immenso prestigio, sul rischio che poche aziende private, anzi pochi tecno-guru con tendenze sociopatiche, stiano delineando un futuro distopico per l’umanità utilizzando parole d’ordine libertarie per accreditare un modello universale di controllo della persona umana in cui ogni segnale di rivolta contro il tecnocapitalismo che fa più ricchi i ricchi e più poveri i poveri venga captato e represso anticipatamente.
Forse è anche che il Papa ha voluto inserire nel testo una citazione di J.R.R. Tolkien ricordando opportunamente che l’autore del “Signore degli Anelli” è stato uno scrittore cattolico, e che l’appropriazione che ne ha fatto, ad esempio, Peter Thiel (uno dei grandi tecno-guru, che peraltro ha anche delle pretese filosofiche e teologiche) , che ha dato alle sue creature nomi ispirati al legendarium tolkieniano è frutto di miscomprensione o di manipolazione fraudolenta.
Sul tema della pace il Papa è nettissimo, ed afferma che “Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili.” (MH 192).
Così come è importante l’affermazione successiva per cui occorre condannare “un falso “realismo”, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà! (…) Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di “realismo” politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità.” (205).
E qui il Papa richiama un altro disarmo: quello delle parole, dei pensieri e degli atteggiamenti violenti che inevitabilmente diventano anche comportamenti violenti e generano malessere e disordine nella comunità civile anche a livello globale.
Questo però richiede uno sforzo comune che richiami soprattutto i credenti alla responsabilità verso il mondo, le sorelle ed i fratelli che Dio ha donato loro (la “magnifica umanità”) e che li renda capaci di farsi carico dei problemi del mondo contemporaneo, secondo l’accorato appello formulato da papa Leone “non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal 85,11). Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare.” (16).
In sostanza, Leone XIV non chiede ripetitori o laudatori, ma collaboratori: persone, cioè, che siano in grado di dare senso e significato alle indicazioni dell’enciclica calandole nella realtà quotidiana, interpretandole, dando loro la veste di una battaglia sociale, sindacale, politica.
Anche su questo le ACLI e gli aclisti si sentono interpellati, anzi chiamati in causa.












