La guerra d’agosto

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Tra foto e stories della nostra estate, la guerra è proseguita per tutto il mese di agosto, con i suoi lutti, le sue devastazioni, le sue vittime, i suoi urbicidi.

All’inizio di questa settimana dal Libano all’ennesimo attacco missilistico su vasta scala in Ucraina, i conflitti nei due principali teatri a noi vicini, sembrano non dare segni di cedimento e di interruzioni e a Kyiv siamo ormai al terzo anno di guerra.

Tutto ciò dovrebbe aiutarci a prendere coscienza dell’inefficacia ed insufficienza di un messaggio e di un posizionamento politico, spesso maggioritario, nella società civile occidentale ed europea che in tanti anni non è mai riuscita ad andare oltre agli appelli alla pace nel mondo. Appelli che, come abbiamo visto, i protagonisti dei conflitti, stati, eserciti, forze irregolari, galassie terroristiche, governi, apparati stanno rispedendo al mittente, senza porsi troppi problemi e remore.

Le cronache dei contatti, dei colloqui diretti o indiretti tra le parti belligeranti, che pure sono in essere, sembrano funzionali solo a pause tra una fase del conflitto e quella successiva.

Siamo di fronte a un ritorno della politica e della storia che gli attori principali interpretano secondo una essenziale logica di forza, sangue e terra, e solo quando la polvere del conflitto si sarà diradata e si vedranno i risultati sul campo, quando sarà stata ristabilita una sorta di equilibrio dei rapporti di forza e di deterrenza, allora e solo allora potrà aprirsi uno spazio alle tregue.

In tutto ciò il numero delle vittime, per quanto la cosa possa apparire cinica, pare totalmente irrilevante. Si gioca sull’effetto dell’assuefazione mediatica e sul prendere l’avversario per sfinimento, e prevale la sensazione di una irreversibilità degli eventi.

A questa situazione reagiamo con un debole senso della realtà, inconsapevoli della vastità e della varietà delle minacce che incombono.

Questo rifiuto di vedere e valutare l’effettiva natura dei pericoli, di considerare autentiche le intenzioni ostili di alcuni attori della scena internazionale (e conseguentemente prendere le contromisure) porta al prevalere dell’attendismo, alle dissociazioni, alle prese di distanza, ad una sorta di arrendevolezza data dal fatto che non si riesce più a pensare il negativo (Galli della Loggia)  e di conseguenza anche il conflitto e la guerra rappresentano dimensioni quasi impossibili da pensare e concepire e quindi da accettare nelle sue dinamiche proprie.

Ma il male esiste ed è incarnato nella storia umana e dobbiamo affrontarlo: non è un caso che l’esperienza e l’attraversamento del male sono la grande eredità che ci lascia tanto immaginario occidentale contemporaneo come la narrativa dell’ultimo seguitissimo Cormac McCarthy, premio Nobel per la letteratura.

E del resto cos’è la Passione di Cristo sulla Croce se non la manifestazione del male? La Croce e il Nulla, di cui parlava Sergio Quinzio, la disperazione di chi davanti al trionfo del male non si rassegna all’assenza della salvezza.

Stiamo vivendo di riflesso un contesto nel quale la politica torna ad essere aspra ed drammatica con nazioni e popoli che si stanno ridefinendo nella contrapposizione con il nemico e in una situazione di emergenza nella quale si rinforzano ed emergono linee di frattura definite in modo brutale e violento.

I protagonisti sono tornati ad essere gli Stati, che si muovono per interessi leciti e meno, dichiarati e non dichiarati, per sfere di influenza, per difesa del proprio territorio, della propria comunità, per esercitare un’egemonia e una sovranità, anche se maligne.

Siamo in presenza anche di apparati e poteri sovranazionali, spesso interconnessi, poteri che sulla base di negoziazioni, dimostrazioni ed uso della forza,  gestiscono decisioni fondative e strategiche.

Sovranità e politiche, azioni di un potere costituente che, come dice Luciano Violante, non riescono tuttavia a diventare mai potere costituito, perché incapaci a dominarne i fattori, a creare un ordine cercando al massimo di ridurne la complessità.

E da qui la percezione di un caos e di un disordine che nessuna regolazione riesce oggi a governare.  Eppure questo disordine e questo caos andrebbero indagati, distinti nelle singole parti, per capirne equilibri e rapporti di forza e per proporre concrete soluzioni politiche

L’indispensabile azione umanitaria non può essere l’alibi dietro la quale nascondere la mancanza di volontà politica di leggere il conflitto, di schierarsi e assumere decisioni concrete e azioni coerenti, dove, Weber ci insegna, a guidarci è l’etica della responsabilità rispetto a quella dei princìpi e delle convinzioni. Ma ciò comporterebbe appunto un di più di responsabilità ed un impegno collettivo che nessuno oggi sembra avere il coraggio di assumere.

In assenza di una politica di giustizia internazionale, di un soggetto istituzionale terzo, riconosciuto da tutti, che possa assuma su di sé, il monopolio e l’uso della forza, di reali forze di interposizione che possano intervenire tra le parti, riemerge l’anarchia. Paradossalmente è l’assenza di un equilibrio, di un potente stato egemone, del vuoto di potere, della stessa crisi dell’impero riluttante americano a consentire anche a medie potenze regionali e ad altri attori di muoversi liberamente.

A tutto ciò non possiamo rispondere solo con afflati morali, con il rischio di persistere con un approccio su meta-categorie prepolitiche: bene e male, guerra e pace, giustizia e ingiustizia, su un piano etico-astratto   che viaggia in parallelo al piano della realtà fattuale in una incomprensione reciproca.

Le conseguenze e l’impatto di queste guerre in termini geopolitici sull’economia globale, e sul riassetto equilibri di potere fuori e dentro gli stati sono e saranno enormi e al momento non prevedibili, se non nel rischio sin qui evitato di una ulteriore escalation. Siamo tra soggetti che non si muovono secondo principi di giustizia, di uguaglianza e di ampliamento della sfera dei diritti, ma per la difesa, la perpetuazione e l’espansione dei propri interessi.
Emile Cioran ebbe a scrivere un giorno «Machiavelli sa bene che Marco Aurelio è stato un fenomeno raro, un’eccezione … i Tiberio, i Nerone, i Caligola, sono la materia della storia.  ogni principe che conosca il proprio mestiere è un mostro dichiarato o attenuato e corretto. per questo Machiavelli lo mette in guardia ….uno Stato non si compone né di angeli, né di agnelli».

La crisi contemporanea sta toccando aspetti essenziali dell’ordine politico e giuridico, di quel disegno istituzionale ormai invecchiato, imperniato attorno alle Nazioni Unite, alla Banca mondiale, al Wto e a tutti gli assetti multilaterali su cui si è realizzato il modello storico di convivenza degli stati: viviamo oggi nel pieno di cambiamenti d’ epoca e di paradigma, ma non riusciamo a dominarli

Il fulcro oggi è rappresentato dalla crisi delle norme sull’uso della forza come mezzo ordinario di risoluzione delle controversie tra gli stati (A.Colombo),  crisi la cui soluzione  diventa politicamente e giuridicamente cruciale. L’invasione russa dell”Ucraina e il carnage mediorientale sono il culmine di un processo di rilegittimazione dell’uso della forza e della guerra, che è da sempre la tragica manifestazione estroflessa dell’esercizio del potere, suo instrumentum regni.

E allora siamo arrivati ad un crinale in cui, preso atto della esistenza e della permanenza della guerra, forse “regolarla”, provando ad estendere l’applicazione delle Convenzioni di Ginevra, del codice bellico e del cosiddetto Law of Armed Conflicts, potrebbero rappresentare almeno una forma di tutela, una cornice dove troverebbero spazio i protagonisti nobili e meno nobili, le popolazioni coinvolte e le vittime tutte.

Il recente scambio tra Russia e paesi occidentali tra spie e dissidenti , è la dimostrazione che all’interno di questa cornice, si potrebbe arrivare anche dei “dirty deal “ come li definisce Wolfang Münchau, perché frutto di diplomazie spesso nascoste e negate alle rispettive opinioni pubbliche.

La storia ci ha riportato, riconsegnato agli arcani imperi, alla contrapposizione amico-nemico come elemento costitutivo dello Stato, uno Stato che determina e presuppone e preesiste alla politica.

Sovrano è chi governa lo stato d’eccezione e davanti alla guerra, stato d’eccezione per antonomasia, mentre attendiamo il nuovo mondo auspicato dal pensiero post-coloniale, forse converrebbe che le grandi potenze si ritrovino in un direttorio , attivando una nuova forma di concertazione che provi a disinnescare, gestire e contenere le situazioni più drammatiche. Tanti infatti sono i conflitti da Cipro, alle Coree, allo stesso quadrante iracheno-siriano, che si sono placati o sono sotto controllo, senza un vero trattato di pace, ma con armistizi tra le parti che si perpetuano nel tempo.

Se vogliamo rilanciare la buona pratica del diritto internazionale e di modelli decisionali più evoluti e condivisi e di una mediazione realmente pacificatrice per consenso, che hanno segnato un lungo tratto del nostro cammino dopo il 1945, dobbiamo avere il coraggio di capire che questo è il contesto e il terreno su cui oggi siamo costretti a confrontarci, disposti ad affrontare magari risultati insoddisfacenti, impunità,  parziali armistizi e tregue e una pace, che potrebbe non essere quella giusta, ma solo quella possibile, oppure come portatori dei valori dell’umano e dei suoi princìpi, saremo destinati ad una continua sconfitta.