Giuseppe Dossetti, vent’anni dopo

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Giuseppe Dossetti morì il 15 dicembre del 1996. E' sepolto nel cimitero di Casaglia, ai piedi di Monte Sole.

Quando Giuseppe Dossetti si spense il 15 dicembre 1996, vent’anni fa, era chiaro che il chiudersi della sua vicenda terrena non avrebbe invece chiuso il dibattito su questa figura straordinaria che fu al centro di due delle più decisive assemblee del XX secolo, la Costituente italiana del 1946 e il Concilio ecumenico Vaticano II.

Un dibattito non sempre sereno perché, come accade generalmente a figure di questo rilievo, spesso il senso delle cose che hanno detto e fatto rimane secondario rispetto alle interpretazioni laudatorie o denigratorie o comunque strumentali che se ne danno per interessi contrapposti. Si pensi ad esempio a Gianni Baget Bozzo, che fu uno dei più decisi partigiani della corrente dossettiana da giovane militante e dirigente della DC e che passò il resto della sua vita a prendere le distanze dall’antico maestro giungendo persino a screditarne la memoria postuma con un ultimo, brutto libro scritto alla vigilia della sua morte.

Il fatto è che Dossetti fu una personalità divisiva, e lo fu nonostante l’evidente mancanza di ambizione personale, al punto tale che non solo assunse gli importanti incarichi politici ed ecclesiastici cui fu chiamato solo per obbedienza nei confronti di un’autorità superiore, ma fu sempre ben lieto di lasciarli per potersi dedicare allo studio e alla meditazione, e poi alla vita sacerdotale e religiosa.

Nello stesso tempo, per quanto potessero essergli gravi e spesso ingrati questi incarichi, egli li adempì con scrupolo puntiglioso, portando in essi il suo afflato religioso che era la costante della sua vita, ed anzi lo stimolo principale della sua azione politica.

Nonostante quello che si dice di lui Dossetti non fu affatto un ideologo, al punto tale che la sua linea di pensiero può essere ricostruita non da testi organici, che non produsse mai, ma dalla raccolta dei suoi interventi alla Costituente, o alla Camera o al Consiglio comunale di Bologna, o dalle sue conferenze ed omelie. Piuttosto egli fu il catalizzatore delle idee nuove che andavano fermentando all’interno del composito mondo cattolico che andava elaborando la sua strada durante gli anni degli apparenti trionfi del fascismo e che si trovò investito di responsabilità di governo all’indomani del conflitto mondiale passando attraverso il crogiolo della Resistenza, che Dossetti visse in prima persona come Presidente del CLN di Reggio Emilia.

Lette a distanza di molti anni alcune delle sue intuizioni rimangono straordinarie per acume e lungimiranza, come quando, aprendo i lavori semiclandestini dei gruppi di Civitas Humana a Milano nel 1947 egli ammonì di non farsi illudere dall’ampiezza del consenso raggiunto dalla Democrazia Cristiana alle elezioni per la Costituente, ma anzi di riflettere su quanto di strumentale vi fosse di quel consenso rispetto al progetto politico positivo di riformismo sociale e politico che si voleva affermare, e che invece era volto soprattutto a stabilizzare un disegno conservatore in cui il partito di ispirazione cristiana sarebbe stato il garante della persistenza dei vecchi equilibri sociali ed economici. La sua prospettiva, come noto, fu invece quella di cercare, al contrario, di utilizzare l’amplissimo consenso ottenuto dalla DC con le elezioni del 1948 per realizzare quel progetto, e fu qui che si realizzò lo scontro con De Gasperi, la cui vocazione politica era probabilmente più solida e decisa di quella di Dossetti, e che era stato amaramente ammaestrato dalla lezione della presa del potere del fascismo e comprendeva come la presenza di una “destra profonda”, politica, economica ed anche ecclesiale all’interno del Paese fosse un dato ineliminabile e una perenne minaccia per gli equilibri democratici, soprattutto considerando il fatto che il polo di sinistra dello spettro politico del Paese era egemonizzato da un partito comunista di matrice stalinista e che la parte maggioritaria del partito socialista aveva scelto la strategia suicida di andare al guinzaglio dei comunisti (la stessa considerazione sulla presenza di questa “destra profonda”, per inciso, accompagnò per tutta la sua vita politica il “dossettiano anomalo” Aldo Moro, ne determinò molte scelte negli anni Sessanta e Settanta e forse ne causò anche la morte). Lo stesso Dossetti, abbandonando la vita politica nel 1951, prendeva atto dell’impossibilità di prescindere dall’approccio degasperiano, e semmai si premurò, come emerge da una spesso negletta ma preziosissima testimonianza di Mariano Rumor, di precostituire ai suoi amici che continuarono a far politica nella DC la strada di una presenza organizzata nel Partito e nel Governo che permettesse la sopravvivenza delle idee per cui si era battuto.

Per quanto concerne il rapporto fra Dossetti e la Costituzione, anche il farne un oppositore ad ogni tipo di riforma è una caricatura abbastanza offensiva e smentita dalle parole stesse del politico reggiano. Certamente per Dossetti la Costituzione non era solo un patto politico, essa doveva essere anche un patto sociale. La Costituzione doveva prevedere indirizzi programmatici e diritti sociali come espressione organica della realtà nuova che era cresciuta nel corso delle due guerre mondiali. C’era insomma una responsabilità sociale delle istituzioni che costituiva un requisito indispensabile per costruire una pagina nuova della democrazia. Dossetti, a nome della DC e con l’appoggio sostanziale delle sinistre, riuscì a far prevalere questa idea di patto costituzionale.

L’altro cardine dell’iniziativa dossettiana riguardava lo Stato come produttore di diritto. Lo Stato totalitario aveva dimostrato con tragica chiarezza a cosa poteva portare un’interpretazione dello Stato come unica fonte di diritto. Era fondamentale rompere con questa cultura giuridica e scorgere invece la pluralità delle fonti del diritto, il che poteva darsi solo riconoscendo alle comunità naturali il ruolo che avevano nella società. Lo Stato doveva riconoscere, valorizzare, proteggere le comunità naturali come espressione dell’ambiente vitale in cui si realizzava la persona umana. Era proprio il concetto di persona umana che veniva a sostituire, nell’interpretazione di Dossetti e dei suoi amici, quella di individuo, propria della tradizione liberale. Tra Stato e società non c’era il formicolio degli interessi individuali, ma c’era la realtà complessa di autonomie: la famiglia, il comune, la regione, le chiese, il mestiere.

C’era infine un terzo orientamento che si legava strettamente a quelli precedenti: il senso nuovo che veniva ad assumere lo Stato nel governo dello sviluppo civile ed economico. Se il fine dello Stato era quello di operare per il bene comune, tale finalità doveva estrinsecarsi attraverso un’opera di orientamento dello sviluppo sociale e di intervento nell’economia.

In tutto questo Dossetti non risparmiò mai le critiche alle modalità in cui si era strutturata la parte ordinamentale della Costituzione, né nel suo famoso discorso ai Giuristi cattolici nel 1951, né quando, quarant’anni dopo, riprese la parola all’indomani della salita al potere di Silvio Berlusconi. Ciò che egli giudicava intollerabile era la pretesa degli ideologi del forzaleghismo – secondo la brillante espressione di Edmondo Berselli – di voler cambiare in via unilaterale i valori fondativi della Costituzione tramite un appello plebiscitario di natura populista. Nello stesso tempo, egli aveva ben chiaro come le modifiche alla Costituzione fossero possibili solo ricercando una generale convergenza in sede parlamentare: del resto, in uno dei suoi ultimi interventi pubblici nel 1995 egli indicò con chiarezza e lucidità alcuni dei nodi da sciogliere, a partire dalla riforma del bicameralismo perfetto che introducesse una Camera delle Regioni o delle Autonomie accanto ad una Camera dei Deputati eletta dal popolo ed unica titolata a concedere o negare la fiducia al Governo. Egli anzi si spingeva ad ipotizzare che la fiducia venisse accordata al solo Primo Ministro e che ad esso spettasse di nominare e revocare  i ministri, facendolo soggetto solo ad una forma di sfiducia costruttiva sul modello tedesco. Addirittura – ed era cosa notevole, soprattutto in un Paese come il nostro tormentato da leggi farraginose ed omnicomprensive – egli suggeriva che la produzione legislativa avvenisse solo su contenuti di principio, riservando al Governo la piena potestà regolamentare.

Dossetti, al di là dell’inevitabile storicizzazione della sua vicenda umana, rimarrà a lungo come una sorta di segno di contraddizione nella vicenda politica ed ecclesiale del nostro Paese: quello che non è accettabile è il tentativo unilaterale di annessione della sua memoria al servizio di cause politiche più o meno discutibili, che equivale peraltro alla consapevolezza di quanto tali cause siano poco consistenti se si sente il bisogno di puntellarle in modo tanto artificioso.